Con profonda commozione, annunciamo la scomparsa di Giorgio Merlo, figura silenziosa e profondamente umana, che ha lasciato questo mondo all’età di 92 anni.
La sua assenza lascia un vuoto incolmabile nel tessuto della comunità che lo ha accolto e conosciuto, un vuoto non riempito da proclami o riconoscimenti, ma dalla consapevolezza di un esempio di vita intessuto di gesti discreti e valori solidi.
Giorgio incarnava un’eleganza d’animo che sfuggiva alla volgarità dell’ostentazione.
Ex dipendente dell’Autostrada Torino-Milano, non si definiva attraverso il lavoro, ma vi riversava un rispetto quasi reverenziale, considerandolo un pilastro imprescindibile dell’esistenza.
La sua dedizione non era frutto di ambizione, ma di una profonda etica del fare, un impegno costante verso la responsabilità e la cura.
La famiglia fu il nucleo centrale della sua esistenza, il porto sicuro dove incanalare le sue energie e il suo affetto incondizionato.
Amava la vita nella sua interezza, capace di cogliere la bellezza effimera di un raggio di sole, il profumo della terra bagnata, il canto di un uccello.
Un animo sensibile, capace di trasformare la quotidianità in un’esperienza ricca di significato.
La sua abilità manuale non era semplice competenza, ma una filosofia applicata.
Recuperare, riparare, riutilizzare: un mantra che esprimeva la sua profonda avversione per lo spreco e la sua fede nella possibilità di una seconda vita per ogni cosa.
Non si trattava di un hobby, ma di una forma di resistenza al consumismo, un atto di poesia quotidiana.
Come ricorda la figlia Enrica, “aveva la straordinaria capacità di ridare vita agli oggetti, soprattutto agli elettrodomestici, che nelle sue mani tornavano a vivere”.
Era un alchimista del quotidiano, trasformando la obsolescenza in opportunità, la rottamazione in rinascita.
Il suo amore per il giardinaggio era un’estensione di questa filosofia.
Ogni pianta riceveva la sua cura meticolosa, un dialogo silenzioso fatto di pazienza e dedizione.
I suoi limoni, in particolare, erano testimonianza di un’arte paziente e di una profonda connessione con la natura, un’ode alla bellezza che germoglia dalla cura.
E poi c’era la cucina, un altro canale espressivo, un modo per condividere gioia e affetto attraverso il sapore.
Le sue torte, preparate con amore e maestria, erano un simbolo di accoglienza e di calore umano.
La fisarmonica, strumento che suonava con rara perizia, era la voce di un’anima gentile, capace di tradurre in note i sentimenti più profondi.
La sua musica, come la sua vita, era un invito alla lentezza, alla contemplazione, alla ricerca della bellezza nascosta nelle piccole cose.
Lascia un’eredità preziosa: l’esempio di una vita vissuta con umiltà, rispetto e generosità, un faro che illumina il cammino dei suoi figli Enrica, Oriana, Andrea, e di tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo.
«Mio zio – commossa ricorda la nipote Annamaria – sapeva costruire, aggiustare, creare… era sempre pronto a dare una mano… Te ne sei andato quando faceva troppo freddo, mi piace pensare che forse guardavi il cielo.
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» Un uomo che ha saputo trovare la poesia nel quotidiano, la gioia nel fare, l’amore nel condividere, e che ci lascia un vuoto incolmabile, ma anche un esempio luminoso da seguire.








