L’inchiesta che coinvolge Roberto Marino, autista del Parlamento Siciliano (Ars), e il presidente Gaetano Galvagno assume contorni sempre più definiti, aprendo un’istruttoria giudiziaria che solleva interrogativi sulla gestione delle risorse pubbliche e sulla responsabilità dei funzionari parlamentari.
Marino, insieme al presidente Galvagno, ha optato per il rito del giudizio immediato, eludendo la fase preliminare prevista per il 21 gennaio, un’accelerazione procedurale che segnala la volontà di affrontare direttamente la questione in sede giudiziaria.
Le accuse mosse dalla Procura di Palermo, guidata dal procuratore capo Maurizio de Lucia, ruotano attorno a presunte irregolarità legate ai rimborsi spese.
In particolare, a Marino viene contestato il reato di peculato, consistente nell’appropriazione indebita di denaro pubblico, e di truffa, per aver percepito compensi relativi a missioni parlamentari che, secondo l’accusa, sarebbero mai avvenute.
Si ipotizza che Marino abbia presentato note di presenza, relative a trasferte lavorative, che sarebbero state successivamente controfirmate da Gaetano Galvagno.
Questa firma, cruciale per la legittimazione del rimborso, pone il presidente sotto l’attenzione dell’inchiesta con l’aggiunta di accuse di corruzione, per il presunto favoreggiamento nei confronti dell’autista, e peculato, legato all’utilizzo improprio di veicoli di servizio, le cosiddette “auto blu”.
L’ammontare complessivo delle contestazioni pecuniarie supera i 19.000 euro, una somma che, seppur non elevatissima in termini assoluti, assume un significato simbolico rilevante, evidenziando una potenziale erosione della fiducia pubblica e una fallace gestione delle risorse destinate alle attività parlamentari.
La vicenda non si limita a una mera questione contabile; essa apre un dibattito più ampio sulla necessità di rafforzare i controlli interni all’Ars, di implementare procedure più rigorose per la certificazione delle spese e di promuovere una cultura della trasparenza e della responsabilità tra i funzionari pubblici.
L’elezione del rito immediato da parte degli imputati, difesa dall’avvocato Salvatore Sansone, implica una scelta strategica volta a velocizzare il processo e a ridurre i tempi di attesa per la definizione della vicenda.
Tuttavia, essa espone gli imputati a un giudizio più rapido e a una potenziale condanna più severa, qualora le accuse venissero provate.
L’esito del processo sarà determinante non solo per la reputazione e la carriera degli imputati, ma anche per il futuro del Parlamento Siciliano e per la percezione della sua credibilità da parte dei cittadini.
La vicenda rappresenta un campanello d’allarme, sollecitando una riflessione profonda sul ruolo e sulla responsabilità dei rappresentanti del popolo e sulla necessità di garantire un utilizzo corretto e trasparente delle risorse pubbliche, tutelando così l’interesse collettivo.








