“Il peso del dubbio mi schiaccia, un’ombra che si estende su un’esistenza improvvisamente segnata dall’accusa di un orrore incomprensibile.
La scomparsa di Isabella e della sua adorata madre, Giulia, è un evento tragico, una ferita aperta che mi dilania, ma la sua spiegazione risiede nella logica, nella ricostruzione meticolosa che i miei legali hanno presentato.
Non si tratta di un atto malvagio, ma di una concatenazione di eventi, una tragedia che mi ha travolto senza che io ne fossi responsabile.
L’etichetta di colpevole, appiccicata a me come un marchio infamante, mi opprime, mi soffoca.
Io, un uomo che ha dedicato la propria vita alla cura e al benessere altrui, mi ritrovo ingiustamente accusato di un crimine che non ho commesso.
La mia innocenza è la mia unica bussola, la fiamma che alimenta la mia speranza.
Non cederò mai, non mi arrenderò mai alla disperazione.
Devo lottare, non solo per me stesso, ma per i miei figli, che vedono il loro padre calunniato e privato della sua libertà.
La giustizia, quella vera, non può prescindere dalla verità.
Una verità che emerge dalle prove, dall’analisi rigorosa dei fatti, non da presupposti o pregiudizi.
La mia difesa si è battuta con tenacia per portare alla luce questa verità, per smantellare la narrazione distorta che mi ha dipinto come un assassino.
L’ergastolo inflitto in primo grado è un fardello insopportabile, una condanna ingiusta che offusca la mia reputazione e distrugge la mia famiglia.
Questo appello è l’ultima speranza di ripristinare l’equilibrio, di far prevalere la ragione e la legge.
Non chiedo pietà, chiedo giustizia.
Una giustizia che mi restituisca la mia vita, la mia dignità e, soprattutto, che permetta ai miei figli di conoscere il padre innocente che sono.
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