L’inverno milanese si fa implacabile, segnando l’inizio dell’anno con una cruda testimonianza di disagio sociale: la perdita di tre vite umane senza fissa dimora.
Questi decessi, apparentemente isolati, si rivelano però un campanello d’allarme che suona forte, illuminando una realtà complessa e ineludibile.
Non si tratta di semplici eventi, ma il sintomo di un sistema di supporto che, nonostante gli sforzi, fatica a raggiungere e proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione.
La figura ritrovata sotto il cavalcavia di via Padova, un uomo sulla quarantina, è un volto anonimo in una moltitudine di storie spezzate.
La causa più probabile del decesso, l’ipotermia, è un assassino silenzioso che si annida nelle ombre, sfruttando la fragilità di chi vive ai margini.
La presenza delle forze dell’ordine e del personale sanitario, pur tempestiva, si è rivelata inutile in questa circostanza, confermando la precarietà e la disperazione che caratterizzano l’esistenza di chi non ha un riparo sicuro.
L’episodio del 9 gennaio, con il ritrovamento di una persona priva di sensi nei pressi della stazione di Cadorna, sottolinea ulteriormente la difficoltà di monitoraggio e di intervento preventivo.
Questi casi, spesso segnalati dai passanti, evidenziano una rete di supporto insufficiente a intercettare e a fornire assistenza a chi si trova in condizioni di estrema vulnerabilità.
La questione della senzatetto a Milano non è meramente un problema di alloggio.
Si intreccia con una miriade di fattori: disagio psichico, dipendenze, perdita del lavoro, rottura dei legami familiari, migrazione forzata, fallimenti economici.
Le cause che spingono una persona a vivere in strada sono spesso profonde e radicate, e richiedono interventi mirati e personalizzati che vadano oltre la semplice fornitura di un letto.
È necessario un ripensamento radicale delle politiche sociali, che coinvolga non solo l’amministrazione comunale, ma anche il terzo settore, le associazioni di volontariato e la cittadinanza.
Si tratta di creare un sistema di supporto integrato, capace di offrire non solo alloggio, ma anche assistenza medica, psicologica e legale, accompagnamento sociale e opportunità di reinserimento lavorativo.
La morte di queste tre persone non può essere accettata come un evento inevitabile.
Richiede una risposta collettiva, che vada oltre la compassione e si traduca in azioni concrete per garantire dignità e sicurezza a chi vive ai margini della società.
È un imperativo morale e un dovere civico: riconoscere l’umanità di chi non ha una casa e offrire loro una via d’uscita dalla precarietà e dalla disperazione.
La città di Milano, con la sua ricchezza e il suo dinamismo, ha la responsabilità di proteggere i propri cittadini più vulnerabili e di costruire una società più giusta e inclusiva.







