In una Berlino illuminata dai riflettori degli European Film Awards, una voce si leva con urgenza e profonda amarezza: quella di Jafar Panahi, cineasta iraniano, testimone diretto di una tragedia che si consuma nel suo Paese.
L’apertura della 38ª edizione degli EFA si trasforma in un atto di accusa, un appello disperato contro un regime che soffoca la libertà e inonda le strade di sangue.
Panahi, candidato agli European Film Awards in tre categorie per il suo toccante “Un Semplice Incidente”, non celebra un traguardo artistico, ma denuncia una realtà straziante.
L’Iran, asserisce, si trova sull’orlo di un punto di svolta storico, un momento cruciale in cui la popolazione, spinta dalla sete di dignità e di esistenza, si è riversata nelle piazze, reclamando un diritto inalienabile: la libertà.
La risposta del potere, lungi dall’essere dialogica, è stata brutale.
Una strategia premeditata di isolamento ha colpito innanzitutto le comunicazioni, tagliando il Paese dal mondo esterno, sigillando ogni via di fuga per le voci di protesta.
Internet, linee telefoniche, media – tutti strumenti di verità – sono stati silenziati per operare nell’ombra, perpetrare un crimine impunito.
Le immagini, quelle che sono riuscite a trapelare, parlano di una carneficina indicibile: manifestanti abbattuti da armi da guerra, strade imbrattate di sangue, ospedali presidiati da forze repressive, negando ai feriti l’ultimo spiraglio di salvezza.
Le cifre, pur parziali, sono sconvolgenti: migliaia di morti, decine di migliaia di feriti, innumerevoli arresti arbitrari.
La legge marziale, calata senza la formalità di una dichiarazione, ha imprigionato le città in un clima di terrore.
Panahi sottolinea che, nonostante il tentativo di oscurare la verità, la portata reale di questa violenza non è ancora completamente emersa.
Ma il dolore che attanaglia l’Iran non è una questione puramente nazionale.
Rappresenta una minaccia globale, un campanello d’allarme per l’umanità intera.
Il monito del regista è chiaro: l’indifferenza, la passività di fronte a una violenza così manifesta, non solo legittima il regime iraniano, ma erode i fondamenti stessi della civiltà.
La normalizzazione della violenza, l’accettazione del silenzio come neutralità, aprono la strada a un futuro oscuro, in cui la libertà viene sacrificata sull’altare del potere.
L’artista, in questo contesto, assume un ruolo di primaria importanza.
Non può rimanere a guardare, né può permettere che la propria voce venga soffocata dalla paura.
Il silenzio, in questo momento storico, è complice.
È un atto di acquiescenza che contribuisce a perpetuare l’ingiustizia.
Con un atto di coraggio, Jafar Panahi invoca la responsabilità di ogni artista, di ogni intellettuale, di ogni cittadino del mondo.
Incoraggia a rompere il muro del silenzio, a denunciare l’oppressione, a difendere i valori universali della dignità umana e della libertà.
La sua dichiarazione di apertura degli European Film Awards non è solo un gesto formale, ma un atto di resistenza, un grido di speranza in un momento di tenebra.
È un appello all’azione, un invito a non dimenticare, a non rimanere indifferenti, a non permettere che la verità venga soffocata.
Il futuro del mondo, sostiene, dipende dalla nostra capacità di rispondere a questa sfida con coraggio e determinazione.







