L’architettura industriale italiana si distingue per una peculiare predominanza delle piccole e medie imprese (PMI), un tratto distintivo che colloca il nostro Paese in una posizione unica nel panorama europeo.
L’analisi condotta dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre rivela come le aziende italiane con meno di 250 dipendenti non solo superino in numero – rappresentando quasi il 100% del tessuto imprenditoriale nazionale – ma eccellano anche in termini di occupazione, fatturato e contributo al valore aggiunto.
A fronte di 4,619 grandi aziende, il sistema italiano è sostenuto da un esercito di 4,7 milioni di PMI, che impiegano oltre 14 milioni di lavoratori.
Questa struttura contrasta nettamente con il modello tedesco, dove la concentrazione di occupazione nelle aziende di grandi dimensioni è significativamente inferiore.
Il peso delle PMI italiane si riflette concretamente: generano oltre il 62% del fatturato complessivo e contribuiscono per il 61,7% al valore aggiunto nazionale, percentuali che superano di gran lunga quelle tedesche, evidenziando un modello economico basato sulla frammentazione e sulla specializzazione.
Un elemento particolarmente interessante emerge dal confronto sulla produttività: le PMI italiane, nell’intervallo tra i 10 e i 249 dipendenti, dimostrano una maggiore efficienza rispetto alle controparti tedesche, con un incremento di circa 4.229 euro per occupato.
Questa maggiore produttività, tuttavia, si stempera quando si considera l’analisi delle microimprese (0-9 dipendenti), che manifestano un divario significativo rispetto alla produttività delle microimprese tedesche, suggerendo aree di miglioramento e potenziali ostacoli alla crescita.
La ripartizione geografica rivela un’ulteriore dimensione di questa peculiarità: nel Mezzogiorno, le PMI rappresentano un pilastro insostituibile per l’occupazione.
Province come Vibo Valentia, Isernia, Trapani e Agrigento vedono il 100% e quasi il 100% della forza lavoro impiegata in PMI e microimprese, sottolineando la loro importanza cruciale per la stabilità economica e sociale di queste aree.
Tuttavia, questo scenario non è privo di ombre.
La Cgia di Mestre evidenzia un progressivo declino della presenza di grandi aziende, un fenomeno inaudito nel passato recente.
Fino agli anni ’80, l’Italia vantava leader internazionali in settori strategici come chimica, plastica, siderurgia, informatica e farmaceutica.
Oggi, questa leadership è stata erosa, non per eventi fortuiti, ma a causa di una naturale selezione di mercato, che ha favorito aziende più grandi e competitive su scala globale.
In questo contesto, la permanenza dell’Italia all’interno del G20 non è frutto del caso, ma è attribuibile all’impegno e alla resilienza di milioni di piccoli imprenditori e delle loro maestranze, che, pur operando in un contesto spesso difficile, continuano a sostenere l’economia nazionale.
La sfida futura, pertanto, non è solo quella di preservare questo tessuto imprenditoriale, ma di stimolare la sua crescita, investendo in innovazione, digitalizzazione e sviluppo di competenze, al fine di colmare il divario con i modelli industriali più avanzati e garantire un futuro sostenibile per il sistema economico italiano.
Si tratta di un imperativo strategico per rilanciare la competitività del Paese e recuperare posizioni di leadership in settori chiave.







