Il processo per il crollo del viadotto Polcevera, che ha visto la perdita di 43 vite umane il 14 agosto 2018, continua a interrogare la responsabilità e le dinamiche che hanno portato a una tragedia di tali proporzioni.
Nel corso delle recenti deposizioni, l’avvocata Raffaela Monaldi, difensore dell’ex direttore del primo tronco, Igino Lai, uno dei 57 imputati, ha sollevato un punto cruciale riguardante il ruolo del progettista Riccardo Morandi.
Secondo la difesa, Morandi non avrebbe documentato la presenza di anomalie nella struttura della pila 9, elemento chiave che ha contribuito al crollo.
La distinzione operata è significativa: non si tratta di un “difetto occulto,” ovvero una mancanza intrinseca e difficilmente rilevabile durante la costruzione, ma di un “difetto occultato,” suggerendo una conoscenza, seppur non esplicitata, della problematica da parte del progettista.
La sua omissione, se confermata, potrebbe avere implicazioni rilevanti sulla ricostruzione delle responsabilità.
L’accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, ha richiesto la condanna di Lai a quattro anni e sei mesi di reclusione.
La difesa contesta questa richiesta, sostenendo che la responsabilità penale debba essere individualizzata e non estesa a un gruppo o a una società.
In questo senso, l’avvocata Monaldi richiama le sentenze relative alla tragedia di Rigopiano, che hanno affermato il principio della responsabilità personale e circoscritta.
L’analogia con Rigopiano mira a sottolineare l’importanza di valutare le azioni e le omissioni di ogni singolo individuo, evitando una generalizzazione della colpa.
La posizione di Lai, secondo la difesa, si configura come una “cerniera” tra due periodi distinti: un’epoca caratterizzata da pratiche ritenute accettabili e una successiva fase, segnata da irregolarità che avrebbero portato al disastro.
Il punto di svolta, individuato dall’accusa, coincide con la conclusione degli interventi di ripristino della pila 11, datati dopo il 1995.
Questa data è cruciale perché, secondo l’interpretazione dell’accusa, chi ha ricoperto l’incarico dopo tale data dovrebbe rispondere delle conseguenze, mentre coloro che vi erano precedentemente non ne sarebbero gravati.
La difesa contesta questa divisione temporale, insinuando che l’onere di una responsabilità retroattiva sia ingiusta e potenzialmente infondata.
L’episodio solleva interrogativi complessi sulla continuità delle responsabilità, l’efficacia dei controlli, e il ruolo dei singoli professionisti all’interno di un sistema strutturale complesso.
L’analisi del ruolo di Morandi e la contestazione della data spartiacque delineata dall’accusa sono elementi centrali per definire la responsabilità di Igino Lai e, più ampiamente, per comprendere le cause profonde di una tragedia che ha segnato profondamente la comunità ligure.
La questione non si limita quindi alla mera quantificazione della pena, ma si proietta nella ricerca di verità e giustizia per le vittime e per l’intera collettività.

