Nel drammatico svolgimento del processo per l’omicidio di Sharon Verzeni, a Terno d’Isola, la figura di Moussa Sangare si è proiettata in un turbinio di contraddizioni e apparenti auto-contraddizioni.
L’udienza, svoltasi dinanzi alla Corte d’Assise di Bergamo, ha preso una svolta inaspettata quando, a metà dell’arringa difensiva del suo avvocato Giacomo Maj, Sangare ha interrotto il legale, manifestando il desiderio di interrompere il processo e rientrare in detenzione.
La richiesta, apparentemente paradossale, si è manifestata come un’espressione di profonda angoscia e confusione, gettando un’ombra ancora più fitta sulle intricazioni del caso.
L’atto di interrompere il proprio difensore, in un momento cruciale del processo, solleva interrogativi complessi riguardo alla capacità di Sangare di comprendere appieno la situazione legale in cui si trova e sulla sua reale condizione psicologica.
L’avvocato Maj aveva intrapreso la sua disamina difensiva argomentando la non sussistenza del fatto, basandosi sulle recenti dichiarazioni del suo assistito.
Queste dichiarazioni, paradossalmente, sembravano contraddire le precedenti confessioni di Sangare, che avevano inizialmente riconosciuto l’omicidio della giovane barista trentreenne, Sharon Verzeni, avvenuto durante una passeggiata notturna.
Le dinamiche di queste confessioni, spesso frammentate e presentate in momenti diversi dall’arresto, suggeriscono una realtà più complessa di quanto possa apparire in superficie.
Il comportamento di Sangare, interpellando la capacità interpretativa dei giudici e della giuria popolare, pone l’accento sulla delicatezza del confine tra colpa e innocenza, tra lucidità e alterazione psichica.
La questione non si limita quindi alla mera accertamento dei fatti, ma si estende alla valutazione delle condizioni mentali dell’imputato e alla sua capacità di agire consapevolmente.
La richiesta di rientro in carcere, lungi dall’essere un atto di resa, potrebbe essere interpretata come un grido d’aiuto, un’espressione di profondo smarrimento in un sistema giudiziario complesso e in grado di scatenare, in individui vulnerabili, reazioni inaspettate e apparentemente illogiche.
Il processo, quindi, non è solo una ricerca della verità fattuale, ma anche un’indagine sulle profondità dell’animo umano e sulle sue capacità di resistere, o soccombere, alla pressione di un evento traumatico.
L’implicita richiesta di Sangare, pur silenziosa, potrebbe essere una supplica a voler approfondire le ragioni che lo hanno condotto a questo stato di confusione e a queste inattese dichiarazioni.




