Il Tribunale di Milano è chiamato a emettere una sentenza di fondamentale importanza in un caso di stalking mediatico che ha coinvolto la modella e attrice Madalina Ghenea.
L’accusa, sostenuta dal vice procuratore onorario Marisa Marchini, richiede una condanna a due anni di reclusione nei confronti di una donna di 45 anni, presunta responsabile di un’incessante campagna di persecuzione digitale nei confronti della celebre figura pubblica.
Il caso solleva interrogativi complessi sul delicato confine tra libertà di espressione online e reati di molestie, persecuzione e diffamazione nell’era digitale.
La querela di Madalina Ghenea, affiancata in sede di parte civile dalla madre, si basa su una serie di messaggi offensivi e minacce ricevuti attraverso i social media, che hanno profondamente turbato la sua serenità e compromesso la sua immagine pubblica.
La richiesta di condanna a due anni, avanzata dall’accusa, si basa sull’applicazione della normativa specifica in materia di stalking, che prevede pene significative per chi, attraverso mezzi informatici, sottopone una persona a reiterate condotte intimidatorie e moleste.
Il vice procuratore Marchini ha proposto al giudice Elisabetta Canevini di considerare l’equivalenza tra le attenuanti generiche e l’aggravante derivante dall’utilizzo di strumenti informatici, una valutazione cruciale che potrebbe influenzare l’entità della pena finale.
L’avvocata Maria Manuela Mascalchi, rappresentante legale della modella e della madre, ha presentato un’istanza di risarcimento danni di notevole entità.
Per la modella è stata richiesta una somma di 5 milioni di euro, con una provvisionale di 500.000 euro, mentre per la madre è stata richiesta una provvisionale di 200.000 euro e 50.000 euro per danni morali ed economici.
Queste richieste testimoniano la gravità del trauma subito e l’impatto negativo sulla vita privata e professionale della Ghenea.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Fabio Martinez, ha contestato con forza la ricostruzione degli eventi presentata dall’accusa, auspicando un’assoluzione per la sua assistita.
Martinez ha sostenuto che la responsabilità dei messaggi persecutori non può essere attribuita alla sua cliente, ipotizzando un’impropria sottrazione delle sue credenziali digitali con intenti fraudolenti.
L’imputata, durante l’interrogatorio, ha espresso rammarico per la vicenda, negando di frequentare i social media e di aver mai formulato messaggi di tale natura.
Il caso, che ha generato un ampio dibattito sull’uso dei social media e la tutela della privacy delle figure pubbliche, si conclude con l’attesa del verdetto, previsto per il 4 febbraio.
La decisione del giudice Canevini non solo definirà il destino dell’imputata, ma contribuirà a delineare i confini della responsabilità nell’era digitale, in un contesto in cui la linea tra espressione personale e reato sempre più sfumata.
La sentenza avrà un impatto significativo sulla consapevolezza del pubblico riguardo al fenomeno dello stalking online e sulle misure di protezione dei soggetti esposti a minacce e molestie su vasta scala.

