Nel cuore della notte, il carcere Lorusso e Cotugno di Torino è stato teatro di un dramma che solleva interrogativi urgenti sul futuro del sistema penitenziario italiano.
Un detenuto, in un gesto disperato e irreparabile, si è tolto la vita, ritrovato senza vita da un agente di vigilanza durante un controllo di routine.
L’individuazione, frutto di un’anomalia nel sistema di comunicazione della cella – lo spioncino bloccato – ha innescato una corsa contro il tempo, un intervento tempestivo ma, purtroppo, inefficace.
L’agente, supportato da personale di supporto, ha tentato manovre di rianimazione, in attesa del personale sanitario e del 118, ma ogni sforzo si è rivelato vano.
Il decesso è stato constatato poche ore dopo, segnando un’ulteriore ferita nel tessuto già fragile del sistema penitenziario.
Questo tragico evento, segnalato dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), non è un caso isolato, ma il sintomo acuto di una crisi profonda.
La polizia penitenziaria, spesso chiamata a operare in condizioni di estrema pressione, si trova a fronteggiare una realtà complessa, dove i carceri, ormai sovraffollati e privi di risorse adeguate, fungono da surrogato di strutture sanitarie e psichiatriche.
La carenza di personale specializzato, di psicologi e psichiatri competenti, si traduce in una sottovalutazione delle problematiche individuali che affliggono la popolazione detenuta, relegando spesso alla polizia penitenziaria il compito di gestire situazioni delicate che richiedono competenze specifiche.
Gli agenti, costretti ad assumere molteplici ruoli – vigili del fuoco, polizia giudiziaria, soccorritori, mediatori culturali – sono inadeguatamente preparati e attrezzati per affrontare le emergenze psichiatriche e i tentativi di suicidio.
Secondo Donato Capece, segretario generale del Sappe, la persistenza di suicidi tra i detenuti riflette una profonda crisi sociale e umana, un fallimento nella capacità di offrire supporto e speranza a coloro che si trovano in condizioni di detenzione.
Il personale penitenziario, spesso lasciato solo ad affrontare queste situazioni, si sente isolato e impotente di fronte alla sofferenza.
La triste verità è che il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte nelle carceri, un indicatore drammatico dell’incapacità del sistema di garantire un ambiente sicuro e dignitoso per i detenuti.
Pur esistendo normative avanzate a livello nazionale per la prevenzione di questi tragici eventi, l’implementazione e l’applicazione di tali misure risultano spesso carenti e inefficaci, evidenziando la necessità di un intervento urgente e radicale.
È imprescindibile investire in risorse umane specializzate, rafforzare i programmi di assistenza psicologica e sociale, e promuovere una cultura della prevenzione e del supporto all’interno degli istituti penitenziari, al fine di evitare che tragedie simili si ripetano.
La dignità umana, anche all’interno delle mura carcerarie, non può essere sacrificata sull’altare della carenza di risorse e di una visione miope del sistema penitenziario.






