Il caso di Sara Corcione, condannata per l’omicidio della madre Sonia Diolaiti a Ferrara, ha subito un’importante revisione in appello, riducendo la pena a un intervallo temporale compreso tra i 14 e i 11 anni e sei mesi.
La vicenda, che scuote la comunità ferrarese da luglio 2022, solleva complesse questioni legali, psicologiche e sociali, intrecciando dinamiche familiari disfunzionali, responsabilità penali attenuate e la necessità di una cura psichiatrica a lungo termine.
L’omicidio, consumato il 27 luglio 2022, si concretizzò attraverso l’avvelenamento della vittima con tè contaminato da nitrito di sodio.
La scoperta della morte avvenne a distanza di due giorni, grazie all’intervento di un’amica di Sonia, che, insospettita dalle vaghe e ritardate risposte fornite dalla figlia Sara, si recò presso l’abitazione, disvelando la tragica realtà.
La dinamica rivelò un quadro intricato, in cui la figlia, residente in uno degli appartamenti di proprietà familiare, sembrava aver agito in un contesto di profonda sofferenza e disfunzionalità relazionale.
Nel corso del primo grado di giudizio, la corte aveva riconosciuto a Sara Corcione uno stato di seminfermità mentale, escludendo la premeditazione e privilegiando le attenuanti rispetto alle aggravanti.
Tale decisione, cruciale per la valutazione della responsabilità penale, ha influenzato significativamente la successiva sentenza d’appello.
La richiesta di rinnovazione istruttoria, volta ad acquisire ulteriori elementi attraverso una nuova perizia psichiatrica, è stata rigettata dalla corte d’appello, ritenendo sufficiente il quadro probatorio già esistente.
L’avvocato Fabio Anselmo, legale di parte civile che assiste i fratelli della vittima insieme alla collega Silvia Galeone, ha espresso soddisfazione per la sentenza, sottolineando la conferma della condanna e delle disposizioni civili, unitamente alla riduzione della pena.
La sua dichiarazione evidenzia un approccio compassionevole e pragmatico, riconoscendo la necessità di una pena proporzionata, ma anche della cura e del recupero psicologico dell’imputata.
“Sara Corcione non ha certo avuto una vita facile,” afferma l’avvocato, alludendo a un passato segnato da privazioni e difficoltà, che potrebbero aver contribuito alla genesi del tragico evento.
L’affermazione suggerisce una riflessione più ampia sulle cause profonde del comportamento di Sara Corcione, che trascendono la semplice responsabilità penale e richiedono un’analisi delle dinamiche familiari disfunzionali e delle possibili ferite emotive non sanate.
La riduzione della pena, pur mantenendo la gravità del reato, riflette la complessità del caso e la necessità di bilanciare la giustizia punitiva con la possibilità di un percorso di riabilitazione.
La vicenda pone interrogativi etici e giuridici sulla natura della responsabilità penale in presenza di disturbi mentali, sulla funzione riabilitativa della pena e sulla possibilità di offrire una prospettiva di redenzione a chi ha commesso un atto così grave.
La storia di Sara Corcione e Sonia Diolaiti si configura, dunque, non solo come un dramma personale, ma anche come un’occasione per riflettere sulla fragilità umana, sulla necessità di un sostegno psicologico tempestivo e sulla difficoltà di spezzare il ciclo della violenza e del dolore.








