La crisi della Torre Garisenda, culminata nell’autunno del 2023, ha riacceso un dibattito complesso e urgente sulla conservazione del patrimonio architettonico italiano, sollevando interrogativi profondi sulla gestione del rischio e le implicazioni etiche degli interventi salvataggio.
L’innescamento dell’allarme, dovuto all’aggravarsi delle condizioni strutturali della torre, ha portato l’amministrazione comunale di Bologna a costituire un gruppo di lavoro multidisciplinare, incaricato di valutare la situazione e predisporre misure di emergenza.
Tra le opzioni considerate, con un senso di urgenza che rifletteva la gravità potenziale del crollo, si è fatto strada, seppur temporaneamente, l’ipotesi di una demolizione controllata.
Un’opzione estrema, che ha generato un acceso confronto tra esperti, storici dell’arte e rappresentanti della comunità locale, con la consapevolezza che la perdita di un simbolo così iconico avrebbe rappresentato un trauma indelebile per la città.
La scelta di coinvolgere Danilo Coppe, ingegnere specializzato in demolizioni complesse, noto per l’esperienza maturata nella rimozione delle strutture superstiti del Ponte Morandi di Genova, testimonia l’approccio pragmatico e orientato alla sicurezza adottato.
Coppe, con la sua competenza nella gestione di interventi demolitivi delicati, avrebbe potuto predisporre un piano di abbattimento rapido, eseguibile in poche ore qualora gli strumenti di monitoraggio avessero rilevato un’imminente cedimento strutturale.
Il progetto preliminare elaborato da Coppe prevedeva l’impiego di microcariche, attentamente calibrate per minimizzare l’impatto sulla torre stessa e sull’ambiente circostante.
L’obiettivo primario era la salvaguardia delle strutture adiacenti, in particolare la Torre degli Asinelli, altro monumento simbolo di Bologna, e la Basilica di San Bartolomeo, edifici di inestimabile valore storico-artistico situati nelle immediate vicinanze della Garisenda.
Il piano includeva la definizione di un’area di sicurezza estesa a 200 metri dal perimetro della torre, e una precisa indicazione delle procedure operative, con particolare attenzione alle misure di prevenzione e alle precauzioni da adottare.
L’utilizzo di un “brillamento calibrato”, termine tecnico per indicare una fase controllata di disattivazione delle cariche, mirava a ridurre al minimo il rumore e le vibrazioni.
Nonostante la preparazione di un piano d’emergenza dettagliato, l’ipotesi di demolizione è stata poi accantonata, aprendo la strada ad un intervento di restauro mirato alla stabilizzazione della struttura.
L’evento ha però lasciato un segno profondo, sollevando interrogativi cruciali sulla fragilità del patrimonio culturale italiano, sulla necessità di investimenti mirati alla manutenzione preventiva e sulla complessità di bilanciare la sicurezza pubblica con la tutela del valore storico-artistico dei monumenti.
La vicenda della Torre Garisenda, in definitiva, si configura come un monito per il futuro, un invito a ripensare le strategie di gestione del rischio e a rafforzare la cultura della prevenzione nel campo della conservazione del patrimonio.







