Un’operazione di portata epocale ha inferto un duro colpo a un’articolata rete criminale specializzata nell’evasione fiscale e nel riciclaggio di denaro, con un impatto significativo sul mercato energetico italiano.
Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, in stretta collaborazione con la Procura Europea (EPPO) di Napoli e Bologna, ha disposto il sequestro di beni per un valore complessivo di 260 milioni di euro, colpendo una società riconducibile a un imprenditore campano già condannato in via preliminare a otto anni di reclusione e un’ammenda di 8.600 euro, oltre alla confisca di beni fino a 73 milioni e all’interdizione dall’attività imprenditoriale.
Il meccanismo fraudolento, abilmente orchestrato, si basava sull’importazione di carburante da paesi dell’Est Europa, in particolare Croazia e Slovenia, ma anche da altre nazioni, aggirando sistematicamente l’applicazione dell’IVA.
Il carburante, una volta immesso nel mercato italiano a prezzi artificialmente vantaggiosi, veniva commercializzato privando lo Stato di ingenti risorse fiscali.
La società al centro dell’indagine, formalmente intestata alla moglie dell’imprenditore, gestiva un deposito fiscale situato a Magenta (Milano), utilizzato come nodo cruciale per la realizzazione di sofisticati schemi di frode carosello IVA.
Questo sistema, tipico delle attività criminali transfrontaliere, prevedeva l’utilizzo di “missing traders”, intermediari fittizi che emettevano fatture false per nascondere la reale proprietà dei beni e l’effettivo percorso delle merci, scomparendo poi senza adempiere agli obblighi fiscali.
L’organizzazione, composta da 59 indagati e 13 società, era stata precedentemente smantellata nel marzo 2024 con l’applicazione di misure cautelari nei confronti di otto persone, tra cui i presunti capi.
Successivamente, i finanzieri avevano individuato e sequestrato beni per un valore di 20 milioni di euro, includendo un resort turistico e una vasta gamma di immobili.
Le indagini hanno rivelato che le operazioni simulate hanno generato fatture per oltre un miliardo di euro, quantificando il danno erariale in circa 260 milioni di euro di IVA non versata.
L’attività criminale non si è limitata all’evasione fiscale, ma si è estesa al riciclaggio di denaro sporco.
Si sospetta che l’organizzazione abbia riciclato oltre 35 milioni di euro attraverso conti bancari situati in Ungheria e Romania, sfruttando la complessità della normativa europea per occultare l’origine illecita dei fondi.
L’operazione dimostra la capacità di queste organizzazioni criminali di sfruttare le vulnerabilità del sistema fiscale transfrontaliero, richiedendo un’azione coordinata a livello europeo per contrastare efficacemente tali attività illecite e tutelare l’integrità del mercato interno.

