Il Teatro del Pratello, pilastro culturale bolognese dal 1998 sotto la direzione artistica di Paolo Billi, presenta al pubblico una nuova, intensa stagione all’Arena del Sole (7-11 gennaio) con “La Voliera”, un progetto che incrocia teatro, pedagogia sociale e profonda riflessione antropologica.
Lo spettacolo, nato da un percorso pluriennale con i giovani ospiti dell’Istituto Penale Minorile di Bologna e dell’area penale esterna dell’Emilia-Romagna, trascende la mera rappresentazione teatrale per divenire un vero e proprio laboratorio di trasformazione individuale e collettiva.
Il cuore pulsante di “La Voliera” risiede nella drammaturgia, interamente elaborata dai giovani partecipanti attraverso un laboratorio di scrittura permanente all’interno dell’Ipm bolognese.
Queste voci, spesso emarginate e raramente ascoltate, si confrontano con il tema delle cicatrici, intese non solo come ferite fisiche, ma soprattutto come tracce indelebili di esperienze traumatiche, di perdite, di sofferenza emotiva.
Il progetto si inserisce nel più ampio quadro di Curae 2025, un’iniziativa promossa dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della Giustizia, che ha coinvolto diciassette istituti penali minorili in tutta Italia, culminando nel Curae Festival di Pontremoli.
L’ispirazione letteraria di “La Voliera” affonda le radici nella ricca tradizione mistica dell’Oriente, in particolare nel *Mantiq al-Tayr* (Il Verbo degli Uccelli) di Farid al-Din Attar, un’opera allegorica che narra il viaggio iniziatico di un stormo di uccelli alla ricerca del mitico Simurgh, simbolo di conoscenza divina e unità cosmica.
Lo spettacolo rielabora questo archetipo poetico, presentando un gruppo di uccelli confinati in una sontuosa voliera, alcuni nati in cattività, altri precedentemente liberi, ma tutti segnati da una condizione di reclusione esistenziale.
L’improvviso apertura delle porte segna l’inizio di un percorso di scoperta, un viaggio alla ricerca di un significato per vite segnate da dolore e solitudine.
Ma “La Voliera” non è solo un racconto di redenzione e liberazione.
È una riflessione profonda sulla condizione umana, sulla difficoltà di uscire dalle proprie prigioni interiori, sulle illusioni di libertà che spesso ci illudono.
È un’indagine sulla responsabilità collettiva, sulla necessità di riconoscere e curare le ferite altrui, di abbattere le barriere che ci separano, di accogliere la diversità con empatia e rispetto.
La metafora del viaggio rivela un paradosso: la vera conoscenza, il vero senso, risiede nella riscoperta di ciò che già è presente, di ciò che è sempre stato parte di noi.
Il ritorno, alla fine del percorso, suggerisce che la liberazione non è un’evasione verso un ignoto da conquistare, ma un ritorno a se stessi, un’integrazione del proprio passato, una profonda comprensione del proprio essere.
Lo spettacolo, in definitiva, invita a una riflessione urgente sul ruolo dell’arte e della cultura come strumenti di guarigione e di cambiamento sociale, offrendo una potente testimonianza della forza resiliente dei giovani e della loro capacità di trasformare il dolore in speranza.






