Sette Comuni molisani – Campobasso, Isernia, Larino, Agnone, Riccia e Venafro – hanno formalmente contestato, attraverso un ricorso presentato al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Molise, la recente delibera di giunta regionale che definisce il nuovo assetto dei Piani Sociali Regionali e di Contrasto alla Povertà per il periodo 2025-2027.
La delibera, approvata il 3 giugno, introduce una significativa riorganizzazione degli Ambiti Territoriali Sociali (ATS), riducendone il numero da sette a soli tre.
L’azione legale dei Comuni non si configura come una mera opposizione procedurale, bensì come una difesa dei principi cardine che dovrebbero animare la politica sociale regionale, principi che, a loro avviso, la decisione impugnata neledifica.
Il fulcro della contestazione risiede nell’affermazione che la riduzione del numero di ATS, con conseguente ampliamento delle aree di competenza di ciascun ente, compromette in maniera strutturale l’efficacia e l’adeguatezza dei servizi sociali offerti alla cittadinanza.
La decisione regionale, secondo i ricorrenti, viola il principio di sussidiarietà, che impone all’ente superiore (in questo caso, la Regione) di intervenire solo quando l’ente di livello inferiore (i Comuni e gli ATS) si dimostra incapace di soddisfare adeguatamente i bisogni della comunità.
La prossimità dei servizi sociali, elemento cruciale per raggiungere le fasce più vulnerabili della popolazione – anziani non autosufficienti, persone con disabilità, famiglie in difficoltà economica – viene così messa a rischio.
L’ampliamento dei territori di competenza di ogni ATS, inevitabilmente, allontana i servizi dalla platea di utenti che ne necessitano, rendendo più difficile l’accesso e la comprensione delle opportunità disponibili.
Inoltre, i Comuni lamentano una distorsione nel sistema di finanziamento dei servizi sociali.
La ridistribuzione delle risorse, conseguente alla riorganizzazione degli ATS, rischia di generare squilibri, penalizzando le aree con maggiore fragilità sociale e con particolari criticità territoriali, dove la domanda di servizi è più pressante.
Si teme che la diminuzione della capacità di risposta degli ATS, derivante dalla riduzione del personale e delle risorse disponibili, possa compromettere la qualità degli interventi e la loro capacità di rispondere in modo adeguato alle esigenze emergenti.
La contestazione si estende anche al metodo con cui la delibera è stata elaborata.
I ricorrenti denunciano una violazione dei principi di partecipazione e collaborazione, evidenziando la mancata consultazione dei presidenti dei Comitati dei Sindaci durante le fasi cruciali della redazione del Piano.
Questa omissione, unitamente all’esclusione dei rappresentanti degli enti locali dalla fase di stesura, contrasta con la normativa vigente e con una precedente delibera di giunta regionale che prevedeva espressamente procedure di consultazione, concertazione e coprogrammazione.
I Comuni ritengono che un processo decisionale più inclusivo e partecipativo avrebbe potuto portare a scelte più ponderate e condivise, in grado di meglio rispondere alle reali esigenze del territorio.
L’azione legale, pertanto, si configura come una rivendicazione di un modello di governance regionale più trasparente, partecipativo e orientato alla valorizzazione delle competenze e delle risorse locali.

