La sentenza definitiva che assolve l’avvocato Giorgio De Stefano nel processo Gotha rappresenta un punto di svolta nella complessa vicenda giudiziaria che ha tentato di svelare le strutture di potere occulte all’interno della ‘ndrangheta reggina.
La Corte di Cassazione, con una decisione che si preannuncia di profonde implicazioni procedurali e interpretative, ha annullato senza rinvio la condanna inflitta in appello, assolvendo De Stefano con la formula “il fatto non sussiste”.
Il caso Gotha, nato da un’indagine capillare condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla DDA di Reggio Calabria, mirava a disarticolare non solo l’ala militare delle cosche, tradizionalmente associata all’attività criminale violenta, ma anche quella che si definisce struttura riservata: un sistema di relazioni, protezioni e gestione del potere che si avvaleva di figure professionali – come avvocati, notai, commercialisti – per garantire l’opacità e la legittimazione delle attività illecite.
L’indagine, di vastissima portata, ambiva a mettere a nudo l’intreccio tra affari legali, politica e criminalità organizzata, un ecosistema complesso dove l’illegalità si nutriva di apparenze di legalità.
La vicenda giudiziaria di De Stefano è stata caratterizzata da un’alternanza di condanne e assoluzioni, riflettendo la difficoltà di provare, al di là di ogni ragionevole dubbio, il suo coinvolgimento in un’associazione di tipo mafioso.
In un primo grado d’appello, De Stefano era stato condannato a una pena severa, ritenuto uno dei principali artefici del sistema, affiancato nell’accezione popolare, ma non necessariamente nella valutazione giuridica, dall’avvocato Paolo Romeo, la cui posizione resta in attesa di una decisione definitiva.
La Cassazione, nel precedente pronunciamento, aveva già annullato una precedente condanna, segnalando una lacuna interpretativa nell’applicazione delle norme che regolano la responsabilità per reato associativo.
L’assoluzione con la formula “il fatto non sussiste” indica che la Suprema Corte non solo ha ritenuto insufficienti le prove a carico di De Stefano, ma ha escluso che il comportamento contestato fosse riconducibile alla configurazione giuridica di partecipazione ad un’associazione mafiosa.
Questo aspetto è cruciale, in quanto implica una revisione dei criteri di valutazione delle prove e un’interpretazione più restrittiva della nozione di “partecipazione” in ambito di reato associativo.
Parallelamente all’assoluzione di De Stefano, la Corte ha annullato senza rinvio la condanna di Antonino Nicolò, mentre ha rigettato i ricorsi di Roberto Franco e Domenico Marcianò, i quali restano gravati dalle rispettive condanne.
Questa disparità di trattamento sottolinea la complessità del caso e la difficoltà di applicare in modo uniforme i criteri di valutazione delle prove.
L’attesa delle motivazioni della sentenza permetterà di comprendere a fondo le ragioni che hanno portato la Corte di Cassazione a questa decisione, che avrà inevitabilmente ripercussioni su altri processi legati alla ‘ndrangheta e sulla definizione dei confini della responsabilità per reato associativo.
Il caso Gotha, pur con questa inattesa svolta, rimane un capitolo importante nella lotta contro la criminalità organizzata e nella ricerca di maggiore trasparenza e legalità.
L’analisi approfondita delle motivazioni sarà fondamentale per comprendere l’evoluzione del diritto penale in relazione ai reati di affiliazione e partecipazione a organizzazioni criminali.







