Un monito acceso e un’istanza di giustizia si levano da Crotone: trentasette giornalisti e professionisti dell’informazione locale hanno espresso una vibrante preoccupazione in merito all’ordinanza del Tribunale, che limita severamente l’accesso diretto alla copertura televisiva delle udienze del processo per il naufragio di Steccato di Cutro.
Il provvedimento, che concede ai media solo l’accesso a materiale audiovisivo prodotto dal personale tecnico del Tribunale, previa autorizzazione, solleva interrogativi fondamentali sul diritto di cronaca e sulla necessità di trasparenza in un processo di tale portata.
L’ordinanza, motivata dalla presunta esigenza di garantire un “sereno e regolare svolgimento dell’istruttoria dibattimentale”, appare ai professionisti dell’informazione un ostacolo ingiustificato.
La presenza delle telecamere, lungi dall’essere una minaccia, dovrebbe rappresentare un elemento di garanzia, un contrappeso per assicurare l’imparzialità e l’accuratezza della giustizia, soprattutto in un caso che ha suscitato l’attenzione internazionale e che tocca le corde più profonde della coscienza collettiva.
Il diritto di cronaca non si esaurisce nella mera ricezione di comunicati o immagini filtrate, ma comprende la possibilità di testimoniare in prima persona, di raccontare con la propria voce e con le proprie immagini ciò che accade in aula.
È questo racconto diretto, completo e indipendente a restituire all’opinione pubblica un quadro veritiero dei fatti, a scongiurare manipolazioni e interpretazioni parziali.
Limitare l’accesso ai media significa impoverire il racconto, appiattirlo, negare la possibilità di dare voce alle storie individuali, di mostrare i volti delle vittime e dei loro familiari.
Significa, in definitiva, compromettere la funzione stessa dell’informazione come strumento di controllo democratico.
Le modalità procedurali imposte dal Tribunale generano ulteriori dubbi e incertezze.
L’opacità riguardo ai criteri di accesso al materiale fornito – una richiesta per ogni udienza? Collettiva o individuale? Tempistiche e modalità di erogazione? – rischia di vanificare qualsiasi tentativo di garantire una copertura adeguata, soprattutto considerando la durata e la complessità delle udienze.
Un flusso di immagini e audio a posteriori, filtrato e confezionato, non può sostituire l’immediatezza e la ricchezza di una copertura in diretta.
I giornalisti crotonesi rivolgono quindi un appello al collegio giudicante: una revisione della decisione, un gesto di fiducia verso il ruolo cruciale dell’informazione nella società.
Non si chiede un privilegio, ma il rispetto delle regole e la possibilità di svolgere il proprio lavoro con strumenti adeguati, in condizioni di parità rispetto ad altri procedimenti di rilevanza pubblica.
La trasparenza non è un optional, ma un imperativo etico, un baluardo contro l’arbitrio e un diritto inalienabile per la collettività.
Il silenzio, o la narrazione filtrata, non è giustizia.

