Un anno.
Un intero anno gravato da un’assenza ingiustificata, un silenzio assordante che ha lacerato una famiglia e sollevato interrogativi urgenti sulla giustizia e la diplomazia internazionale.
Alberto Trentini, cooperante veneziano di 46 anni, è scomparso dalla circolazione un anno fa, imprigionato in Venezuela con una detenzione avvolta in un’oscurità inquietante.
Nessuna accusa formale, nessuna spiegazione ufficiale.
Un limbo giuridico che ha paralizzato la sua famiglia e che ha scosso l’opinione pubblica.
La conferenza stampa a Palazzo Marino, a Milano, non è stata un semplice appuntamento mediatico, ma un grido di dolore, un appello disperato.
La voce spezzata di Armanda Colusso Trentini, madre di Alberto, ha trascinato con sé un sentimento di profonda indignazione.
Non si tratta solo della perdita di un figlio, un fratello, un marito, ma della violazione di principi fondamentali.
La dignità umana, il diritto alla giustizia, il diritto a un processo equo – tutto sembra sospeso in un vuoto incomprensibile.
L’assenza di Alberto Trentini non è un caso isolato.
Riflette un clima di incertezza e precarietà che affligge il Venezuela, un paese segnato da tensioni politiche e sociali complesse.
La sua detenzione solleva interrogativi cruciali sul ruolo della diplomazia italiana, sulla sua capacità di proteggere i propri cittadini in contesti delicati e controversi.
L’episodio di Alberto Trentini ci costringe a riflettere sulla fragilità dei diritti umani, sulla vulnerabilità di chi si dedica ad attività di cooperazione internazionale, spesso in aree geografiche caratterizzate da instabilità e conflitti.
La sua vicenda non è solo una tragedia personale, ma un campanello d’allarme che richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare i meccanismi di protezione e di assistenza per i cittadini italiani all’estero.
La richiesta di Armanda Colusso Trentini non è una supplica passiva, ma un atto di coraggio, un impegno a non arrendersi.
È un monito a non dimenticare, a continuare a chiedere giustizia, a sollecitare un intervento concreto da parte delle istituzioni italiane.
La speranza, fragile ma tenace, risiede nella consapevolezza che l’oblio non è un’opzione.
Il silenzio è complice.
La verità, per quanto dolorosa, è l’unica via per restituire ad Alberto Trentini la libertà e la dignità che gli sono state negate.
È imperativo che la sua storia non diventi un numero in una statistica, ma un simbolo della lotta per i diritti umani e per la giustizia.






