L’attuale provvedimento governativo, presentato come riforma della giustizia, appare a una lettura attenta come una manovra estranea alle reali esigenze del sistema giudiziario.
La sua formulazione, lungi dal mirare a un’efficace modernizzazione, solleva interrogativi sulla sua effettiva vocazione riformatrice e sulla sua coerenza con i principi costituzionali.
La vera riforma, quella che produrrebbe un impatto positivo e duraturo, si tradurrebbe nell’immediata stabilizzazione dei dodici mila operatori giudiziari precari, personale essenziale per il corretto funzionamento degli uffici giudiziari, la cui precaria situazione contrattuale rischia di generare un vuoto di competenze e un’ulteriore rallentamento dei processi.
Questa stabilizzazione non è un dettaglio marginale, ma un presupposto fondamentale per garantire la continuità dei servizi e la tutela dei diritti dei cittadini.
Allo stesso modo, un investimento mirato e strategico nelle infrastrutture giudiziarie, nella digitalizzazione dei procedimenti e nella formazione del personale si rivelerebbe cruciale per ridurre i tempi dei processi, un problema endemico che mina la fiducia dei cittadini nella giustizia e ostacola la certezza del diritto.
La lentezza della giustizia non è solo una questione di risorse umane, ma anche di strumenti e procedure obsolete.
La discussione sulla divisione delle carriere, elemento centrale del provvedimento, appare disconnessa da queste priorità concrete e solleva seri dubbi sulla reale intenzione del governo.
Sembra delinearsi, pertanto, un disegno più ampio, che va oltre la semplice riforma della giustizia, mirando a una revisione più profonda del quadro costituzionale, con implicazioni potenzialmente destabilizzanti per l’equilibrio dei poteri e la tutela dei diritti fondamentali.
Il comitato ‘Società civile per il no’ al referendum sulla giustizia, guidato da figure di spicco come Giovanni Bachelet, si pone come punto di riferimento per una riflessione lucida e consapevole delle implicazioni di questo provvedimento, auspicando un dibattito pubblico ampio e partecipato, che metta al centro le esigenze reali del sistema giudiziario e la salvaguardia della Costituzione.
La difesa della Costituzione non è un atto di conservatorismo, ma un imperativo per garantire la libertà, la giustizia e l’eguaglianza di tutti i cittadini.
Il presente momento storico richiede un impegno civile responsabile, volto a preservare i valori fondanti della Repubblica e a contrastare ogni tentativo di comprometterne l’integrità.





