Park Chan-wook, figura di spicco del cinema coreano, fa ritorno a Venezia, un palcoscenico che lo ha visto protagonista vent’anni orsono con “Lady Vendetta”.
Il suo nuovo film, “No Other Choice”, reinterpreta con audace originalità “The Axe” di Donald E.
Westlake, un’opera già adattata da Costa-Gavras in “Cacciatore di teste”.
Sebbene l’eco di temi ricorrenti nella filmografia di Park risuoni evidente, “No Other Choice” trascende le aspettative, elevando la violenza a una forma di espressione barocca e infondendo l’azione di un’ironia tagliente, quasi grottesca.
Al centro della narrazione troviamo Man-soo (interpretato da Lee Byung-hun, volto iconico di “Squid Game”), un uomo di quarant’anni, ex manager di una cartiera, consumato dalla disoccupazione.
La perdita del lavoro, un evento traumatico, innesca in lui una spirale di disperazione e un calcolo spietato: per riprendere il controllo della sua vita e garantire il futuro della sua famiglia, Man-soo decide di azzerare la concorrenza, eliminando sistematicamente i potenziali ostacoli alla sua reinserzione lavorativa.
Il film, ben oltre il thriller, si configura come una profonda riflessione sul crollo delle certezze e la perdita di identità in una società consumistica e competitiva.
La trasformazione di Man-soo non è solo un percorso di violenza, ma una discesa negli abissi della psiche umana, svelando un’inaspettata capacità di pianificazione e un’efficienza spietata che lo rendono quasi impassibile nei confronti delle sue azioni.
La sua freddezza non è semplicemente una caratteristica, ma il risultato di un sistema che premia l’ambizione a tutti i costi, a discapito dell’etica e dell’empatia.
La decisione di Man-soo di vendere la casa, di separarsi dai suoi animali domestici e di cancellare l’abbonamento a servizi di intrattenimento non sono meri dettagli narrativi, ma simboli della sua rinuncia a un passato di agiatezza e del suo progressivo isolamento.
Questi gesti rappresentano un tentativo disperato di alleggerire il peso delle responsabilità economiche, un preludio alla sua radicale trasformazione.
“No Other Choice” si inserisce in un panorama cinematografico coreano che indaga costantemente le disuguaglianze sociali, le tensioni tra ricchezza e povertà, e il peso della vergogna che ne consegue.
Come “Parasite” e la serie “Squid Game”, il film affronta temi universali attraverso una lente culturale distintiva, proponendo una critica feroce alle dinamiche del potere e alle conseguenze della perdita di umanità in un mondo ossessionato dal successo materiale.
La narrazione, intrisa di umorismo nero e di un’estetica visiva ricercata, interroga lo spettatore sulla fragilità del sistema e sulla capacità dell’uomo di spingersi oltre ogni limite quando costretto a scegliere tra la sopravvivenza e la moralità.