Il 2 novembre 1975, mentre discutevo con Moravia per organizzare un viaggio in Africa, la notizia ci raggiunse come un fulmine: Pasolini era morto, brutalmente assassinato all’Idroscalo di Ostia.
L’immediatezza dell’evento ci spinse a recarci sul luogo, un’area silenziosa e desolante dove solo due elementi macabri catturarono la nostra attenzione: un mattone frantumato e una trave, entrambi intrisi di sangue, indicatori di un’indagine che, a mio avviso, appariva fin da subito disordinata e affrettata.
La ricerca del corpo si rivelò vana.
Quindici anni dopo, Andrea Andermann, regista e testimone oculare di quel tragico evento, ha scelto di restituire a Pasolini una forma di sopravvivenza simbolica, un’assenza che parla, attraverso il film “Castelporziano, Ostia dei Poeti”, ora restaurato e riproposto da Rai Documentari.
La proiezione, programmata per il 1° novembre, coincide dolorosamente con l’anniversario della morte del poeta, rievocando un passato denso di significato.
Il film si articola attorno alle parole profetiche di Pasolini, tratte da “La Guinea” del 1962, e intreccia cronaca e poesia nel racconto di tre giorni rivoluzionari: il primo Festival Internazionale della Poesia, tenutosi a Castelporziano tra il 28 e il 30 giugno 1979.
Un evento che trasformò la spiaggia romana in un teatro di contestazione, un palcoscenico letteralmente invaso da circa trentamila giovani, divisi tra la ribellione nei confronti della poesia italiana e l’ammirazione per le voci della Beat Generation, figure come Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso e LeRoy Jones, affiancati dal poeta sovietico Evgenij Evtušenko.
Andermann ricorda con vivida chiarezza quegli eventi, adottando uno stile innovativo che avrebbe poi caratterizzato le sue opere in diretta televisiva.
“Abbiamo seguito l’evento nel suo svolgersi, sia in superficie che negli interstizi, assistendo alla materializzazione di una poesia inedita, persino sotto forma di un improvvisato minestrone cucinato sulla spiaggia”, racconta il regista.
L’ombra dell’Idroscalo di Ostia, tuttavia, permaneva, come un eco costante del trauma originale.
L’obiettivo primario era cogliere la verità di quelle persone, trasformate in simboli di un’epoca in transizione, un passaggio cruciale nella storia culturale italiana.
Il film, originariamente trasmesso dalla Rai nel 1980, fu intriso di un’ulteriore elemento tragico: le fiamme che devastarono il mare di fronte alla spiaggia del Festival, conseguenza di una drammatica collisione tra un mercantile francese e una petroliera italiana.
Un evento che si sovrappose al lutto per la scomparsa di Pasolini, amplificando il senso di precarietà e di perdita.
“Confesso l’emozione di rivedere questo film in onda,” afferma Andermann, “come omaggio a Pasolini.
Ricordo nitidamente le sue ultime parole, pronunciate nell’ultima intervista a Furio Colombo, il giorno prima della morte: ‘Il senso di tutto è che tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti, perché siamo tutti in pericolo'”.
A queste si aggiunge il grido straziante di Moravia durante i funerali: “Il Poeta dovrebbe essere sacro”.
Parole che risuonano ancora oggi, testimonianza di un’epoca perduta e di un talento irripetibile.






