L’annunciata retromissione dell’emendamento riguardante la cannabis light, con l’imposizione di un’aliquota fiscale del 40% sulla vendita, segna una svolta nell’attuale quadro legislativo italiano.
La proposta, avanzata da Fratelli d’Italia come integrazione alla Legge di Bilancio, si poneva l’obiettivo esplicito di contenere la proliferazione del mercato dei prodotti derivati dalla cannabis light, un fenomeno che, nonostante la sua relativa diffusione, solleva interrogativi complessi in termini di regolamentazione, sicurezza sanitaria e impatto sociale.
L’iniziativa, ora ritirata, aveva generato un acceso dibattito politico e sociale.
La motivazione addotta da Fratelli d’Italia si concentrava sulla necessità di arginare una crescita commerciale percepita come incontrollata, enfatizzando che l’introduzione di una tassazione così elevata non rappresentava una via verso la legalizzazione, bensì uno strumento di controllo e disincentivo.
Tale posizione, tuttavia, si è scontrata con interpretazioni divergenti, alimentate da una crescente confusione nel panorama giuridico legato alla cannabis light.
Il nodo cruciale risiede nella natura ambigua della cannabis light stessa.
La sua collocazione giuridica, sospesa tra la legalità di derivati con basso contenuto di THC e la preoccupazione per possibili derive verso abusi e consumo problematico, ha reso l’emendamento particolarmente delicato e suscettibile di interpretazioni contrastanti.
L’elevata tassazione proposta avrebbe, di fatto, penalizzato i produttori e i rivenditori, potenzialmente limitando l’offerta e, in teoria, contribuendo a ridurre la disponibilità di questi prodotti.
Tuttavia, la misura rischiava anche di incentivare il mercato nero, spingendo i consumatori verso canali illegali e privi di controlli di qualità, con potenziali rischi per la salute pubblica.
Inoltre, l’elevata alicquota fiscale avrebbe potuto generare una distorsione del mercato, penalizzando le aziende che operano nel rispetto delle normative vigenti e favorendo quelle che operano in nero.
La decisione di ritirare l’emendamento apre ora a un ripensamento più ampio della politica governativa in materia di cannabis light.
È probabile che si intensifichi il dibattito su possibili alternative, come l’introduzione di un regime di licenze per la produzione e la vendita, l’aumento dei controlli sulla qualità dei prodotti, o la definizione più precisa dei limiti di THC ammissibili.
La vicenda sottolinea la necessità di un approccio più olistico e basato su dati scientifici per affrontare la questione della cannabis light, tenendo conto non solo degli aspetti economici, ma anche di quelli sanitari, sociali e di sicurezza.
Un quadro normativo chiaro e coerente è fondamentale per tutelare la salute pubblica, prevenire l’abuso e garantire un mercato trasparente e regolamentato.
La discussione è aperta e il futuro della cannabis light in Italia rimane incerto, ma la recente vicenda ha evidenziato la complessità e l’urgenza di trovare una soluzione sostenibile e condivisa.






