La sentenza della Corte d’Appello di Firenze segna un capitolo significativo nel complesso caso legale riguardante il rimpatrio forzato di Alma Shalbayeva, consorte del dissidente kazako Ualiev, e della figlia minore Alua, nel 2013.
La Corte ha confermato, in larga misura, la condanna emessa in primo grado a Perugia, ribadendo la gravità delle irregolarità procedurali che hanno condotto all’espulsione della donna e della bambina.
La vicenda, fin dalle sue origini, ha sollevato questioni cruciali in materia di diritto internazionale, diritto d’asilo, diritti umani e responsabilità istituzionale.
La decisione di rimpatriare Alma Shalbayeva, che si dichiarava perseguitata nel suo paese d’origine, ha generato un acceso dibattito sull’equilibrio tra sovranità nazionale e obblighi internazionali di protezione dei rifugiati.
L’accusa principale, di sequestro di persona, si fonda sulla presunta violazione delle procedure corrette durante la fase di detenzione e rimpatrio.
Le irregolarità contestate ai cinque poliziotti imputati riguardano, in particolare, la gestione dell’ordine di espulsione e le modalità con cui è stata garantita la tutela dei diritti fondamentali della donna e della bambina durante le fasi cruciali del procedimento.
Pur confermando la colpevolezza, la Corte d’Appello ha introdotto una parziale modifica rispetto alla sentenza di primo grado, riducendo la durata dell’interdizione dai pubblici uffici da “perpetua” a un termine di cinque anni.
Questa attenuante, sebbene limitata, suggerisce una valutazione più sfumata delle responsabilità individuali dei funzionari coinvolti.
La richiesta di assoluzione avanzata dal Pubblico Ministero fiorentino, Luigi Bocciolini, non ha trovato accoglimento, indicando una valutazione differenziata da parte della Corte, che ha ritenuto sussistenti elementi sufficienti per sostenere l’accusa di irregolarità nella gestione del caso.
La parte civile, rappresentando gli interessi di Alma Shalbayeva e della figlia Alua, aveva sollecitato la condanna di tutti gli imputati e l’ottenimento di un risarcimento danni.
La sentenza, pur non accogliendo integralmente le richieste della parte civile, riconosce l’importanza di tutelare i diritti delle persone vulnerabili e di garantire il rispetto delle procedure legali, anche in situazioni complesse come quella del rimpatrio di un rifugiato.
La vicenda Shalbayeva-Alua è destinata a rimanere un punto di riferimento nella giurisprudenza italiana, sollevando interrogativi persistenti sull’applicazione del diritto internazionale in materia di asilo e sull’imprescindibile rispetto dei diritti umani, soprattutto quando questi si intersecano con interessi di sicurezza nazionale.
La sentenza della Corte d’Appello, pur confermando le condanne, sottolinea la necessità di un’analisi approfondita delle responsabilità individuali e di una costante vigilanza per prevenire abusi di potere e violazioni dei diritti fondamentali.

