Il caso Gabriella Bisi, l’architetta milanese di 35 anni il cui corpo fu ritrovato senza vita tra Zoagli e Chiavari il 24 agosto 1987, continua a persistere come una ferita aperta nella memoria collettiva, un cold case avvolto da un’aura di mistero e irrisolto.
L’anniversario del ritrovamento ha recentemente riaperto la porta a nuove speranze e interrogativi, a seguito della ricezione di una lettera anonima, un frammento di verità che riemerge dalle pieghe del tempo.
La missiva, recapitata al Corriere della Sera, non offre certezze definitive, ma solleva interrogativi significativi.
Redatta con strumenti informatici, la lettera si presenta come la testimonianza di un altro architetto milanese, presumibilmente legato alla vittima, che suggerisce un’ipotesi inquietante: l’omicidio potrebbe essere stato un atto su commissione.
Il sospetto si concentra su un imprenditore ligure, legato sentimentalmente a Gabriella Bisi, che secondo la lettera, avrebbe orchestrato il delitto per impedirle di interrompere la relazione.
Nonostante la potenziale rilevanza del contenuto, la Procura ha scelto di non aprire un nuovo fascicolo d’indagine.
L’assenza di un confronto diretto con l’autore della lettera, un elemento cruciale per la validazione della testimonianza, preclude al momento ogni passo investigativo ulteriore.
La lettera, sebbene apparentemente ricca di dettagli sulla vita privata della vittima, rischia di rimanere un indizio evanescente, una traccia insufficiente per alimentare una nuova inchiesta.
La vicenda di Gabriella Bisi si dipana in una rete di relazioni complesse e apparentemente contraddittorie.
L’architetta, legata alla Liguria da una casa a Rapallo e da una cerchia di amicizie nel Tigullio, aveva intrapreso un viaggio a Ponza con un’amica, interrotto bruscamente per un cambio d’abito nella sua abitazione.
La scomparsa, seguita dall’individuazione del corpo undici giorni dopo, ha lasciato spazio a ipotesi e depistaggi.
La presenza di due milioni di lire in casa, unita al fatto che la vittima non si fosse cambiata prima di sparire, alimenta ulteriori interrogativi.
Inizialmente, le indagini, coordinate dal magistrato Filippo Gebbia, si erano concentrate sull’amante dell’architetta, un imprenditore alberghiero locale.
Tuttavia, l’uomo aveva fornito un alibi apparentemente inattaccabile, corroborato dalla moglie e da testimoni presenti a una festa tenutasi nella sua residenza la sera della scomparsa.
L’alibi, sebbene apparentemente solido, non ha escluso del tutto il suo coinvolgimento, lasciando la porta aperta a possibili depistaggi o complicità.
Il caso Bisi, segnato dalla fragilità delle prove e dalla complessità delle relazioni umane, rappresenta una sfida per la giustizia e una ferita per la comunità.
La lettera anonima, pur nella sua ambiguità, riaccende la speranza di una verità che, dopo quasi quarant’anni, continua a sfuggire, lasciando un’eredità di domande senza risposta e un senso di ingiustizia che grava sul futuro.
La necessità di un confronto diretto con l’autore della missiva rimane la chiave per sbloccare un mistero che rischia di rimanere per sempre avvolto nell’ombra.