Mohammad Hannoun, architetto palestinese detenuto nel carcere di Terni con l’imputazione di finanziamento a Hamas, ha espresso la sua posizione durante un’udienza di Riesame svoltasi in videoconferenza.
Il processo, durato più di dieci ore, ha visto l’architetto ribadire con forza la sua innocenza, fornendo una dettagliata spiegazione dei canali attraverso i quali beni di prima necessità vengono procurati per la popolazione palestinese.
Hannoun ha descritto un sistema complesso, che coinvolge fornitori locali e internazionali, importazioni, donazioni da enti umanitari e collaborazioni con associazioni sul campo, sottolineando l’assenza di qualsiasi collegamento con organizzazioni terroristiche.
La Procura, rappresentata dai magistrati Luca Monteverde e Marco Zocco, ha presentato un elemento cruciale a sostegno dell’accusa: un documento fornito dalla polizia israeliana.
Questo documento, secondo l’accusa, certifica la trasmissione formale di informazioni alle autorità italiane, confutando l’istanza difensiva relativa all’ammissibilità di prove originarie di un altro ordinamento giuridico.
La Procura ha fatto leva su una legge israeliana del 2003 che, a suo dire, consente alla polizia di trasmettere atti aventi la stessa forza probatoria di quelli prodotti da un’autorità giudiziaria.
Questo, secondo l’interpretazione dell’accusa, legittima l’utilizzo delle informazioni provenienti da Israele nel processo italiano.
La difesa, capeggiata dai legali di Hannoun, ha contestato vigorosamente la validità di tale documento e la liceità della legge israeliana citata.
Gli avvocati hanno sostenuto che tale normativa rappresenterebbe un tentativo di eludere i principi del diritto internazionale e di estendere la giurisdizione israeliana al di fuori dei confini nazionali, in violazione della sovranità italiana.
La difesa ha argomentato che l’utilizzo di prove prodotte in un contesto giuridico diverso, senza un’adeguata verifica della loro correttezza e affidabilità, violerebbe i diritti fondamentali dell’imputato e comprometterebbe l’equità del processo.
La complessità del caso risiede non solo nelle accuse di finanziamento al terrorismo, ma anche nella delicata questione dell’ammissibilità di prove provenienti da un altro Stato, con un sistema giuridico potenzialmente divergente da quello italiano.
La decisione dei giudici del Riesame, attesa a breve, sarà cruciale per determinare la prosecuzione o meno della detenzione di Mohammad Hannoun e per stabilire un precedente importante in materia di cooperazione giudiziaria internazionale e tutela dei diritti fondamentali.
L’udienza ha messo in luce una collisione di interpretazioni giuridiche e una disputa sulla legittimità di strumenti probatori in un contesto di accuse di terrorismo e cooperazione transnazionale.








