La difesa di Mohammad Hannoun e degli altri individui coinvolti nell’indagine antiterrorismo della Procura di Genova solleva critiche di profonda portata, investendo i fondamenti stessi del diritto di processo e della cooperazione giudiziaria internazionale.
La preoccupazione centrale non riguarda la gravità delle accuse, ma il metodo con cui le prove vengono presentate e la loro origine.
I legali – un team composto da figure di spicco come Nicola Canestrini, Fausto Gianelli e altri – sottolineano come il materiale addotto dall’accusa non costituisca prova legale nel senso tradizionale, bensì si basi su informazioni raccolte da servizi di intelligence.
Queste informazioni, prive di validazione giudiziaria, contraddittorio e controllo indipendente, rappresentano una potenziale violazione dei principi cardine di uno Stato di diritto, dove l’attendibilità delle prove è un requisito imprescindibile.
La difesa evidenzia una dissonanza inaccettabile: lo Stato di Israele, pur rifiutando sistematicamente di aderire alle norme della giustizia penale internazionale – eludendo persino la giurisdizione della Corte Penale Internazionale – pretende contemporaneamente di utilizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per imporre all’estero indagini unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso.
Il fatto che nessuna autorità giudiziaria israeliana abbia mai convalidato le ipotesi investigative in questione rafforza ulteriormente le preoccupazioni sulla loro legittimità e attendibilità.
L’importazione di tali informazioni, provenienti direttamente dai servizi di sicurezza israeliani – soggetti al controllo esecutivo e operanti in un contesto bellico – nel processo penale italiano, secondo la difesa, mina la distinzione fondamentale tra azione militare e amministrazione della giustizia.
Si rischia, in sostanza, di contaminare il processo con logiche e finalità estranee al diritto penale democratico.
La preoccupazione più ampia, infine, è il rischio di una stigmatizzazione collettiva, di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, non per azioni individuali accertate in sede giudiziaria, ma per affinità culturali, religiose o per atti di solidarietà verso una popolazione coinvolta in un conflitto.
Un simile scenario, se confermato, costituirebbe una seria minaccia alla tutela delle minoranze e alla salvaguardia dei principi di equità e imparzialità che devono ispirare l’azione della giustizia.
La richiesta di scarcerazione, in vista dell’udienza al Tribunale del Riesame, si configura pertanto come una battaglia per la difesa dei diritti fondamentali e per la salvaguardia dello Stato di diritto.








