La condanna a morte decretata da tutti i membri della famiglia di Saman era il risultato di una lunga serie di eventi e situazioni accumulate nel tempo, piuttosto che un atto d’ira improvviso e irrazionale compiuto nella tranquillità serale del 30 aprile 2021. La sentenza emessa dalla Corte di assise di Reggio Emilia si è tuttavia concentrata su questa versione degli eventi, creando una visione distorta della realtà.La famiglia aveva già espresso la sua intenzione di uccidere Saman in precedenti occasioni, dimostrando così un’intensità emotiva e una profondità nella loro decisione che non potevano essere attribuite solo a un’irritazione fugace. Questa condanna, lungi dall’essere un evento isolato, sembrava invece essere il risultato di processi complessi e segreti svoltisi in precedenza.La Corte ha cercato di minimizzare l’entità dei motivi che avevano portato alla sentenza di morte, attribuendoli a un mero impeto d’ira. Tuttavia, la stessa celerità con cui la decisione è stata presa, e il fatto che non vi siano stati tentativi di raggiungere una soluzione pacifica, lascia intendere che i fattori psicologici in gioco fossero ben più complessi.La sentenza del tribunale ha anche trascurato di considerare le possibili motivazioni nascoste e gli interessi personali che potevano aver influenzato la decisione della famiglia. Non si è cercato di indagare approfonditamente su eventuali conflitti interni o esterni alla famiglia, o sui potenziali vantaggi economici che potevano essere stati in gioco.Inoltre, la Corte ha evidentemente sottovalutato le testimonianze raccolte e i dati presentati dal controavvocato, che avevano messo in luce una situazione più complessa di quella descritta dalla difesa della famiglia. Le prove raccolte indicavano infatti che la decisione di uccidere Saman non era affatto un’irragionevole impennata d’ira, ma piuttosto il frutto di una calda riflessione e analisi da parte dei membri della famiglia.La sentenza emessa dalla Corte di assise di Reggio Emilia presenta quindi numerose criticità. Da un lato, risulta essere basata su argomentazioni poco convincenti e non tenendo adeguatamente conto delle complesse dinamiche che avevano portato alla decisione della famiglia. Dall’altro lato, tale sentenza appare come il risultato di una visione ristretta del caso, focalizzata su aspetti superficiali dell’accaduto.La verità, invece, era ben più sottile e complessa. La decisione della famiglia di condannare Saman a morte era stata prelata da un lungo ed articolato processo di decisioni e conflitti interni che non potevano essere semplicemente attribuiti ad una momentanea rabbia.La sentenza del tribunale ha perciò contribuito a nascondere la complessità della realtà, piuttosto che rappresentarla con fedeltà e imparzialità.
La Corte di assise di Reggio Emilia: Una sentenza contraddittoria sulla famiglia del condannato Saman
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