La cerimonia, svoltasi nell’aula magna dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti, si è configurata come una dissonanza stridente, un paradosso istituzionale che ha messo a dura prova i principi fondamentali dell’etica sportiva e della sicurezza pubblica.
Il Coni provinciale, in un gesto che ha generato sgomento e perplessità, ha scelto di onorare con un premio la Curva Volpi, gruppo ultras locale, in un evento pubblico dedicato alla celebrazione dello sport e dei suoi valori educativi.
L’assurdità della situazione risiedeva nel fatto che tra i destinatari del riconoscimento figuravano sei individui, tutti gravati da Daspo (Decreti di Inibizione agli Spettacoli Sportivi) nazionali, che ne impediscono l’accesso a qualsiasi impianto sportivo, a prescindere dalla natura dell’evento o dal contesto.
Questi provvedimenti restrittivi, imposti dal questore, sono validi non solo sul territorio nazionale, ma anche in tutti gli stati dell’Unione Europea, testimonianza di comportamenti violenti e pericolosi che hanno superato i confini locali.
La platea, composta da studenti delle scuole primarie e secondarie, si è trovata di fronte a un quadro surreale: rappresentanti delle autorità cittadine sedevano accanto a figure che, in teoria, avrebbero dovuto essere esempi negativi da evitare.
L’evento, presentato come un’occasione per esaltare il “valore umano e sociale dello sport”, si è trasformato in un’occasione per celebrare – almeno implicitamente – condotte che lo minano profondamente.
Uno degli episodi denunciati, per il quale uno dei premiati è attualmente sotto indagine, è particolarmente emblematico: l’utilizzo di un tubo di polietilene come arma durante un alterco con la tifoseria avversaria di Avezzano.
La stessa gravità è associata ad accuse di agguati, estorsioni e intimidazioni, culminate nella rapina violenta di una sciarpa e nella minaccia verso un uomo e suo figlio quindicenne.
L’azione del Coni Chieti solleva interrogativi profondi sulla valutazione dei comportamenti violenti nel contesto sportivo e sull’opportunità di premiare, anche indirettamente, persone che hanno violato la legge e messo a repentaglio l’incolumità di altri.
La decisione, lungi dal promuovere i valori di rispetto, lealtà e fair play, rischia di banalizzare la violenza e di minare la credibilità stessa dell’ente sportivo, erodendo la fiducia dei cittadini e soprattutto dei giovani, a cui si vuole trasmettere un’immagine positiva dello sport come strumento di crescita e di aggregazione sociale.
L’evento, in definitiva, si configura come un monito inquietante sulla necessità di un ripensamento radicale delle politiche di gestione della sicurezza e della promozione dei valori sportivi.

