La mancata acquisizione di elementi probatori a favore delle difese nel complesso procedimento Eni-Nigeria, culminato con l’assoluzione definitiva di tutti gli imputati, inclusi gli amministratori delegati Claudio Descalzi e Paolo Scaroni, costituisce un deliberato atto di omissione, giudicato inapprezzabile dalla Corte d’Appello di Brescia nelle sue motivazioni.
La condanna a otto mesi di reclusione per i pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, quest’ultimo ora attivo presso la Procura europea, si fonda sulla gravità di tale comportamento.
Il collegio giudicante, in un’analisi dettagliata che si estende per oltre centotré pagine, ha ribadito le conclusioni già emerse nel precedente grado di giudizio.
La decisione dei pubblici ministeri di non agire in conformità con i loro obblighi giuridici è corroborata dal fatto che essi vennero esplicitamente sollecitati a farlo.
In particolare, nel febbraio 2021, il collega Paolo Storari, coordinatore del filone d’indagine sul presunto “falso complotto”, animato da una preoccupazione legittima per la tutela del diritto di difesa, trasmise ai due pubblici ministeri, anche tramite l’allora procuratore della Repubblica Francesco Greco, comunicazioni elettroniche contenenti materiale potenzialmente favorevole agli imputati, invitandoli formalmente a condividerlo con il giudice e con le difese.
Il tribunale, presieduto da Anna Maria Dalla Libera, ha messo in luce una contraddizione significativa: mentre determinati atti del fascicolo Storari vennero utilizzati in modo selettivo a supporto dell’accusa, la stessa documentazione venne deliberatamente esclusa dalla condivisione con le parti in causa.
Questa condotta a “doppio binario” è stata oggetto di una ferma critica da parte del collegio.
Rilevante è la confutazione della tesi avanzata dalle difese dei pubblici ministeri.
Il tribunale ha sottolineato che, se si accettasse la loro argomentazione, si giungerebbe a un paradosso inaccettabile: un pubblico ministero, venuto a conoscenza di prove certe di innocenza dopo l’avvio dell’azione penale – prove delle quali la difesa dell’imputato potrebbe essere all’oscuro – non avrebbe l’obbligo di depositarle.
Tale scenario condurrebbe a condanne ingiuste e in contrasto con la funzione primaria del pubblico ministero, che è quella di ricercare la verità, come sancito dalla Costituzione.
L’omissione di queste prove comprometterebbe la pari giustizia, erodendo la fiducia nel sistema giudiziario e ponendo a rischio l’effettività del diritto di difesa, pilastro fondamentale di un processo equo e imparziale.
La decisione della Corte d’Appello di Brescia, pertanto, rappresenta un monito sulla responsabilità dei pubblici ministeri nell’assicurare la completezza e l’obiettività delle indagini, mirando a una verità processuale che sia al servizio della giustizia e della collettività.

