L’eco delle parole dell’avvocato Francesco Compagna, pronunciate in una pausa cruciale dell’incidente probatorio che riguarda il caso di Garlasco, risuona come una disperata richiesta di umanità in un processo pubblico e implacabile.
La famiglia Poggi, dilaniata dal dolore e dalla sofferenza, si trova a dover sopportare non solo il peso di una tragedia incommensurabile, ma anche l’implacabile scrutinio di un’opinione pubblica spesso superficiale e faziosa.
L’avvocato Compagna, a nome dei suoi assistiti, esprime un profondo disagio di fronte a un fenomeno pervasivo: la trasformazione di un processo giudiziario, che dovrebbe perseguire la ricerca della verità e la giustizia, in uno spettacolo mediatico dove ogni dettaglio, ogni interpretazione, ogni opinione viene strumentalizzata per supportare preconcetti e agende personali.
Questa dinamica, che si alimenta reciprocamente tra media, social media e opinione pubblica, erode il diritto alla riservatezza e la dignità delle persone coinvolte, trasformandole in meri oggetti di discussione e giudizio.
La richiesta di maggiore riservatezza e tutela non è un tentativo di eludere il contraddittorio o di occultare la verità, bensì un appello alla necessità di preservare l’integrità emotiva e psicologica delle persone che si trovano al centro di una vicenda dolorosa e complessa.
L’avvocato, vittima egli stesso di attacchi verbali e insulti sui social media, incarna la vulnerabilità di chi opera all’interno di un sistema giudiziario sempre più esposto alle logiche della spettacolarizzazione.
Il caso di Garlasco, con la sua intricata rete di elementi controversi e interpretazioni divergenti, ha amplificato questo fenomeno, rivelando le fragilità del nostro sistema di giustizia e la difficoltà di bilanciare il diritto all’informazione con il diritto alla riservatezza e alla protezione della dignità umana.
L’episodio sottolinea l’urgenza di una riflessione più ampia sul ruolo dei media, sulla responsabilità dei social media e sulla necessità di un’etica professionale che ponga al centro l’interesse superiore delle persone coinvolte in procedimenti giudiziari, garantendo loro il diritto a un processo equo e a una vita privata protetta dalle invasioni ingiustificate del sensazionalismo.
L’auspicio, espresso dall’avvocato Compagna, non è solo un desiderio, ma un imperativo morale per una società che aspira alla giustizia e alla compassione.





