La città di Milano, come molte altre in Italia, si è fermata per uno sciopero nazionale dei tassisti, un gesto di protesta contro l’espansione incontrollata di servizi di trasporto privati, in particolare quelli basati su piattaforme digitali come Uber.
La contestazione non si limita alla mera rivendicazione economica, ma tocca questioni di principio relative alla natura stessa del servizio pubblico e alla tutela del lavoro.
Ai tradizionali stalli taxi, soprattutto nella zona centrale della stazione Centrale, si registra un’affluenza ridotta.
I pochi utenti presenti, spesso turisti appena giunti in treno, si trovano a fronteggiare la chiusura del servizio e vengono reindirizzati verso alternative di trasporto pubblico, come metropolitana e tram, in una situazione che evidenzia le conseguenze immediate della mobilitazione.
La protesta dei tassisti affonda le sue radici in una più ampia e complessa battaglia legale e politica.
Da tempo, la categoria richiede un intervento governativo urgente e risolutivo per finalizzare una legge che dovrebbe regolamentare il trasporto pubblico non di linea, contrastando l’abusivismo che ne mina la sostenibilità.
La lamentela principale è l’inerzia delle istituzioni: un governo spettatore, ministeri inerti e un Parlamento diviso, incapace di prendere decisioni che proteggano il futuro dei lavoratori del settore.
Il cuore del conflitto risiede nel modello di business proposto dalle multinazionali del trasporto digitale.
Queste aziende, guidate da logiche algoritmiche e orientate al profitto, erodono progressivamente il servizio taxi tradizionale, un servizio che, per definizione, dovrebbe rispondere a bisogni collettivi e garantire un accesso equo alla mobilità urbana.
L’uso di algoritmi, inoltre, solleva preoccupazioni in merito alla sicurezza dei passeggeri e alla stabilità del servizio stesso, con potenziali impatti negativi sulla qualità del trasporto e sui diritti dei lavoratori.
La situazione attuale non è semplicemente una disputa tra categorie professionali, ma un campanello d’allarme riguardo al futuro del lavoro e alla necessità di ridefinire il ruolo dello Stato nella regolamentazione dei servizi essenziali.
In gioco c’è la salvaguardia di un modello di trasporto pubblico che risponda a criteri di equità, sicurezza e sostenibilità, e che non sia esclusivamente finalizzato alla massimizzazione del profitto.
Il silenzio delle istituzioni rischia di condannare un intero settore a un declino irreversibile, con conseguenze pesanti per l’economia locale e per la qualità della vita dei cittadini.






