Pirellino, Milano: Riesame decide su Catella e Tancredi

Il Tribunale del Riesame di Milano è al centro di un’udienza cruciale, un tassello fondamentale in un complesso mosaico di inchieste urbanistiche che investono la città.
L’oggetto del contendere è l’appello presentato dalla Procura, volta a ottenere l’applicazione di misure cautelari interdittive nei confronti di figure apicali coinvolte nel progetto del “Pirellino”: l’ex assessore alla Rigenerazione Urbana Giancarlo Tancredi e il CEO di Coima Manfredi Catella.

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Le accuse pendenti per entrambi si estendono oltre l’induzione indebita, intrecciandosi con un più ampio quadro di presunte irregolarità e conflitti di interesse che coinvolgono anche il sindaco Giuseppe Sala.

L’appello della Procura nasce dal rifiuto del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) Mattia Fiorentini di riconoscere il reato di induzione indebita nell’ordinanza cautelare che aveva disposto domiciliari per corruzione e falsità ideologiche nei confronti di cinque persone.
Inizialmente, le misure restrittive avevano colpito Catella e Tancredi, oltre all’immobiliarista Andrea Bezziccheri, quest’ultimo condotto in carcere.
Tuttavia, le prime decisioni sono state successivamente riviste, con la revoca dei domiciliari da parte del Riesame e della Cassazione, e la caduta definitiva di tutte le misure cautelari iniziali.
La discussione in aula vede contrapposti il pm Paolo Filippini, affiancato dai colleghi Laura Petruzzella e Lucia Clerici, che conducono le indagini, e le difese di Catella, rappresentate dagli avvocati Francesco Mucciarelli e Adriano Raffaelli, e di Tancredi, assistito da Giovanni Brambilla Pisoni.

Gli indagati, tuttavia, non sono presenti all’udienza.

Un elemento chiave presentato dalla Procura, con il contributo dell’aggiunta Tiziana Siciliano, è un corposo insieme di conversazioni estrapolate da messaggistica istantanea, ritenute decisive per sostenere l’accusa di induzione indebita e dimostrare il tentativo di condizionare decisioni amministrative.
La vicenda si concentra sull’operato di Giuseppe Marinoni, all’epoca presidente della Commissione paesaggio, il cui parere favorevole al progetto del Pirellino è stato interpretato dalla Procura come il risultato di una persuasione non coercitiva, bensì basata su un calcolo di convenienza politica.

In altre parole, Marinoni avrebbe mutato la sua precedente posizione per evitare di compromettere i rapporti con l’assessorato e la sindacatura, rapporti che gli avevano garantito un’importante posizione e che costituivano un debito di riconoscenza che egli era motivato a mantenere.
L’analisi della Procura suggerisce, quindi, un sistema di favori e ricompense che sottende la corretta applicazione della legge e la trasparenza del processo decisionale, sollevando interrogativi sulle dinamiche di potere all’interno delle istituzioni milanesi e sull’integrità del procedimento amministrativo.

La complessità del caso e la mole di prove presentate fanno presagire un’udienza lunga e articolata, con implicazioni potenzialmente significative per il futuro delle inchieste urbanistiche in corso.

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