Carmela e la figlia: Sfratto e dolore, una famiglia tra violenza e precarietà.

La tragedia di Carmela Sermino e sua figlia è un drammatico esempio di come la vulnerabilità sociale possa amplificarsi in un intreccio di violenza, precarietà abitativa e complicazioni burocratiche.
Giuseppe Veropalumbo, il marito e padre, fu vittima innocente di una sparatoria avvenuta durante i festeggiamenti di San Silvestro del 2007, una notte macchiata dalla criminalità organizzata che affligge da tempo la regione.

Un proiettile vagante, sparato in un contesto di spaccio e risse, ha spezzato la sua esistenza, lasciando la famiglia in un abisso di dolore e incertezza.
Nel 2016, in un gesto di umanità e responsabilità sociale, il Comune di Torre Annunziata ha offerto a Carmela e sua figlia un alloggio temporaneo in un immobile sito in via Vittorio Veneto.

Questo appartamento, un tempo proprietà di figure associate al clan Agretti, rappresentava un tentativo di fornire un rifugio sicuro e dignitoso per una famiglia distrutta dalla violenza, offrendo, allo stesso tempo, un segnale di riappropriazione della legalità in un quartiere segnato dalla presenza mafiosa.
L’assegnazione dell’immobile, confisca antimafia in precedenza, si inserisce in una strategia più ampia di riqualificazione urbana e sociale, volta a restituire alla comunità spazi precedentemente sottratti all’uso civile e destinati ad attività illecite.

Tuttavia, il futuro di Carmela e sua figlia è ora appeso a un filo.

A distanza di nove anni, l’ente comunale ha notificato un avviso di sfratto, innescando un’emergenza abitativa che rischia di privare la vedova e la figlia di un tetto e di un luogo sicuro in cui vivere.
La decisione, apparentemente burocratica, cela una profonda questione di giustizia sociale: è giusto per una famiglia già traumatizzata dalla perdita del capofamiglia, essere ulteriormente destabilizzata da un provvedimento che nega la possibilità di una ricostruzione serena?La vicenda ha suscitato un’ondata di indignazione e solidarietà.

Organizzazioni come la Fondazione Polis e l’associazione Libera si sono mobilitate a sostegno di Carmela, denunciando l’incongruenza di una decisione che ignora la fragilità della situazione familiare e che rischia di reiterare una spirale di sofferenza.
È stata avviata una petizione popolare per chiedere la revoca dello sfratto e per sollecitare l’amministrazione comunale a trovare una soluzione alternativa che garantisca alla vedova e alla figlia la stabilità abitativa e la possibilità di un futuro dignitoso.
Questa storia non è solo la cronaca di un problema abitativo, ma è un campanello d’allarme che ci interroga sulla nostra capacità di proteggere i soggetti più vulnerabili e di promuovere una cultura della legalità e della giustizia sociale.

La vicenda di Carmela e sua figlia rappresenta un banco di prova per la nostra comunità e una sfida per le istituzioni, chiamate a dimostrare di saper coniugare l’applicazione della legge con l’imperativo morale di tutela dei diritti umani e di protezione dei più deboli.

La loro vicenda ci ricorda che la lotta alla criminalità organizzata non può limitarsi alla repressione dei reati, ma deve necessariamente coinvolgere anche l’assistenza alle vittime e la creazione di opportunità di riscatto sociale.

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