L’inchiesta sulla gestione dell’Ipab Antonietta Aldisio di Gela (CL), un’istituzione pilastro per l’assistenza sociale del territorio, ha portato alla decisione del Giudice dell’Udienza Preliminare, Serena Berenato, di rinviare a giudizio diverse figure chiave.
La vicenda, complessa e articolata, getta luce su presunti accordi opachi e potenziali deviazioni nell’amministrazione di un patrimonio destinato a persone vulnerabili.
Al centro dell’attenzione, il presbitero Giovanni Tandurella, in qualità di presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Ipab, insieme agli ex consiglieri comunali Sandra Bennici e Salvatore Scerra, e all’ingegnere Renato Mauro.
L’accusa, mossa dalla Procura della Repubblica, ipotizza un sistema corruttivo strutturato, volto a favorire la privatizzazione occulta dell’Ipab attraverso la società La Fenice.
Si sospetta una manipolazione delle procedure amministrative e un’alterazione delle finalità originarie dell’istituzione, in un contesto in cui le decisioni avrebbero dovuto essere prese nell’interesse esclusivo dei beneficiari dell’assistenza.
La delicatezza del caso risiede nella commistione di interessi pubblici e privati, e nella potenziale compromissione di un bene sociale di rilevanza storica.
La società La Fenice, presunta destinataria dei vantaggi derivanti dall’operazione, rappresenta un elemento cruciale per ricostruire la dinamica degli eventi e accertare le responsabilità.
Parallelamente alla decisione di rinviare a giudizio le figure sopra citate, il Gup ha disposto l’assoluzione del notaio Andrea Bartoli e di altri nove imputati, che hanno optato per il rito abbreviato.
Quest’ultima decisione, pur accelerando i tempi processuali, introduce elementi di complessità nell’interpretazione della vicenda, suggerendo possibili divergenze nella valutazione delle prove a carico degli imputati.
In particolare, l’assoluzione del sacerdote Tandurella per tre capi d’imputazione, pur non escludendolo dal giudizio principale, evidenzia la natura sfaccettata delle accuse e la necessità di un’analisi approfondita di ogni singolo elemento probatorio.
Il processo, fissato per il mese di maggio, si preannuncia come un momento cruciale per l’intera comunità gelese, chiamato a confrontarsi con una vicenda che tocca da vicino il tessuto sociale ed economico del territorio, ponendo interrogativi fondamentali sulla trasparenza, la legalità e l’effettiva tutela dei diritti dei più deboli.
La vicenda solleva, inoltre, una riflessione più ampia sulla governance delle istituzioni pubbliche di assistenza e sulla necessità di rafforzare i meccanismi di controllo e di accountability, al fine di prevenire abusi e di garantire la corretta destinazione delle risorse pubbliche.







