Un abisso di dolore.
Un grido lacerante che squarcia il cielo, portando con sé la fragilità dell’esistenza.
È un’assurdità inaccettabile che una vita, un futuro, venga brutalmente strappato alla sua famiglia, ai suoi affetti, al suo percorso, alla comunità che lo accoglieva.
Siamo qui, convocati da un lutto profondo, dal nome di Paolo Taormina, vittima di una violenza incomprensibile, e dai ricordi di tutte le altre vite spezzate dalla furia omicida.
L’eloquio cede il passo, perché di fronte alla devastazione di un dolore così profondo, le parole appaiono ridotte, inadeguate, quasi sacrileghe.
Come gli amici di Giobbe, che tentano una giustificazione razionale di fronte alla sua sofferenza, ci troviamo a confrontare la nostra impotenza di fronte all’ingiustizia.
Tuttavia, Giobbe stesso ci ricorda l’imperativo del rispetto verso chi soffre: la compassione si manifesta non con argomentazioni, ma con la vicinanza silenziosa, con la condivisione del peso del dolore.
Cerchiamo, nel silenzio, di intuire, anche solo una scheggia, del tormento che anima i genitori, i fratelli, le sorelle, gli amici, l’intera città.
L’arcivescovo Lorefice, invocando i nomi dei familiari di Paolo – Giuseppe, Fabiola, Sofia e Mattia – esprime il dolore condiviso, la domanda disperata che pulsa nei loro cuori: “Perché?”.
Offre, però, un messaggio di speranza: Paolo non è perduto, non è dissolto nel nulla, ma vive nel cuore di Cristo, nell’amore e nella memoria di chi lo ha conosciuto.
Non esiste giustificazione, né mitigazione, per un atto di tale barbarie.
Piangendo per Paolo, piangiamo per tutti coloro che sono stati vittime della guerra, della mafia, della violenza gratuita, del narcisismo esasperato, del culto distorto della forza.
La giustizia, con i suoi meccanismi, deve seguire il suo corso, ma non possiamo lasciare che l’istinto vendicativo, il desiderio di riprodurre la violenza, prendano il sopravvento.
Dobbiamo scacciare, dai nostri animi, la furia di Caino, il seme della distruzione.
Come sottolineato in passato con monsignor Isacchi’, la risposta non può limitarsi alla semplice presenza di forze dell’ordine e alla gestione del degrado urbano.
Richiede un impegno profondo, una politica della cura che abbracci i più vulnerabili, coloro che sono esclusi, emarginati, abbandonati.
Fragilità che nascono dalla mancanza di opportunità lavorative, di un alloggio dignitoso, di un sostentamento adeguato, dall’esclusione dalla cultura, dalla negazione di prospettive di crescita personale e spirituale.
Solo attraverso una presa di coscienza collettiva e un impegno concreto possiamo sperare di costruire una società più giusta, più umana, dove la vita di ogni persona sia inviolabile e sacra.
Un impegno che vada oltre le dichiarazioni di circostanza, per abbracciare un cambiamento strutturale e culturale che possa davvero onorare la memoria di Paolo e di tutte le vittime della violenza.







