La Valle del Belìce, terra segnata da un destino tragico, risuona oggi con l’eco di una rassegnazione profonda.
Un sentimento che soffoca l’iniziativa, che paralizza la volontà di lottare per un futuro diverso.
Il ricordo di un tempo in cui la protesta era un atto di speranza, un grido di ribellione portato a Roma da migliaia di cittadini, sembra ormai un’eco lontana.
Vito Bellafiore, ultimo testimone di una generazione di costruttori di resilienza, incarna la gravità di questa situazione.
A novantasei anni, il suo sguardo, segnato dalle rughe del tempo e dall’amarezza, scruta una realtà dove lo sviluppo economico si è arenato, spingendo molti a cercare fortuna altrove.
Bellafiore, figura centrale nella ricostruzione post-terremoto del 1968, non parla solo di case ricostruite, ma di un progetto di rinascita mancato.
Sette volte sindaco di Santa Ninfa, un mandato che ha abbracciato trent’anni di impegno civico, e poi senatore del PCI, eletto nel 1983, conosce a fondo le dinamiche che hanno portato al declino del territorio.
La sua esperienza politica e amministrativa rivela una profonda disillusione nei confronti di un sistema che promette, ma non mantiene.
La legge regionale 1 del 1986, pietra miliare per il rilancio economico della Valle, appare oggi un’occasione perduta.
Un documento programmatico ricco di potenzialità, capace di catalizzare risorse europee, è rimasto un mero esercizio burocratico.
L’inerzia, la mancanza di visione, hanno permesso che i fondi rimanessero inesplorati, mentre la desertificazione economica avanzava inesorabile.
Non si tratta di una semplice questione di risorse finanziarie, ma di volontà politica, di capacità di tradurre le potenzialità normative in progetti concreti, in opportunità di sviluppo sostenibile.
La ricostruzione materiale, pur avendo raggiunto risultati significativi, non può nascondere le ferite aperte.
A Santa Margherita Belìce, come in altri centri della Valle, persistono carenze infrastrutturali, mancanze di opere di prima urbanizzazione che testimoniano un’incompletezza strutturale.
Queste carenze, apparentemente minori, sono il riflesso di un approccio frammentario, di una visione a breve termine che non considera la complessità del territorio.
Il confronto con la ricostruzione del Friuli, regione colpita dallo stesso dramma sismico, offre una prospettiva illuminante.
Mentre al Belìce furono stanziati 162 miliardi di lire, al Friuli ne furono destinati quasi 2.900.
Questa disparità finanziaria, oltre a rivelare una differente sensibilità nazionale, sottolinea le disuguaglianze strutturali che hanno penalizzato il Mezzogiorno.
Un divario non solo economico, ma anche culturale e sociale, che ha contribuito a perpetuare un ciclo di marginalizzazione e abbandono.
La storia del Belìce non è solo la storia di una valle colpita dal terremoto, ma la metafora di un’Italia duale, divisa tra una parte che prospera e un’altra che fatica a rialzarsi.
E la voce di Vito Bellafiore, testimone privilegiato di questo dramma, è un appello urgente a non arrendersi, a riscoprire la forza della comunità, a reclamare il diritto a un futuro di speranza e sviluppo.
La desertificazione non è un destino ineluttabile, ma una sfida che può essere vinta, se solo si recupera la capacità di progettare, di agire, di protestare.

