Clemenza e Giubileo: un appello dall’arcivescovo per i detenuti.

L’eco della richiesta di clemenza risuona nuovamente, portata dalla voce di monsignor Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, durante la celebrazione della Messa natalizia nel carcere di Perugia.
La sua supplica non è una mera istanza di perdono, ma una profonda riflessione sull’umanità ferita, sull’urgente necessità di offrire vie di redenzione e di reinserimento attivo nella società.

Un’indulto, inteso non come un atto di remissione indiscriminata, ma come un’opportunità concreta per i detenuti di ricostruire la propria autostima, di riconnettersi con il tessuto sociale e di intravedere un futuro al di là delle sbarre.
La richiesta del presule emerge da una realtà penitenziaria segnata da sfide complesse e spesso drammatiche.

Nonostante l’impegno costante e lodevole di chi opera quotidianamente all’interno del carcere – personale amministrativo, educatori, cappellani, volontari – le condizioni strutturali e gestionali denunciano una profonda carenza di risorse.
Il sovraffollamento, l’incremento dei disturbi mentali, la frequenza di atti di autolesionismo, l’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria: tutti elementi che testimoniano un sistema in difficoltà nel garantire dignità e speranza ai detenuti.

Monsignor Maffeis, richiamandosi all’etimologia e al significato originario del Giubileo, un tempo anno sacrale dedicato alla liberazione dei debiti e alla restituzione delle terre, sottolinea come la clemenza debba essere interpretata non solo come un atto di grazia divina, ma come un imperativo morale e sociale.
Si tratta di offrire a chi ha sbagliato la possibilità di una tabula rasa, di ricominciare a costruire la propria esistenza, non come un errore da cancellare, ma come un’opportunità di crescita e di trasformazione.
Il Giubileo diocesano, che il presule concluderà nella chiesa parrocchiale di San Sisto il 28 dicembre, festa della Santa Famiglia di Nazareth, si configura quindi come un invito alla riflessione sull’importanza della comunità, della solidarietà e del perdono.

Un’occasione per riscoprire il valore intrinseco di ogni persona, anche di coloro che si trovano ai margini della società, e per promuovere una cultura della riabilitazione e dell’inclusione, fondata sulla giustizia riparatrice e sulla speranza di un futuro migliore.

La Santa Famiglia di Nazareth, simbolo di accoglienza e di redenzione, offre un modello di umanità da imitare, un monito costante alla compassione e alla capacità di offrire una seconda possibilità.

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