Separazione carriere: Sottani, un errore di prospettiva.

L’attuale dibattito sulla separazione delle carriere magistratili appare, a giudicare le riflessioni del procuratore generale Sergio Sottani, focalizzarsi su una dicotomia erronea.
Piuttosto che un’opportunità per delineare percorsi professionali distinti, la separazione rischia di impoverire la comprensione del sistema giudiziario nella sua complessità, privando i singoli magistrati di una visione olistica.
Sottani, la cui carriera testimonia un percorso professionale che ha abbracciato sia il ruolo di giudice che quello di pubblico ministero – una peculiarità che lo rende particolarmente qualificato a esprimere un giudizio – sostiene con forza l’opportunità di invertire la tendenza, promuovendo un modello in cui ogni magistrato sia chiamato a sperimentare direttamente tutte le fasi del processo, dall’amministrazione della giustizia all’attività di accusa, fino all’assistenza legale.

La sua esperienza personale, maturata attraverso anni trascorsi come pretore e giudice a Perugia, prima di approdare in Procura e successivamente ricoprire incarichi di vertice a Forlì, Ancona e nuovamente a Perugia, offre una prospettiva unica.
Ricorda di essere stato tra gli ultimi a beneficiare di una norma che, sebbene ormai superata, permetteva la transizione tra funzioni all’interno dello stesso distretto, sottolineando come l’integrazione di queste esperienze fosse, e dovrebbe rimanere, un valore aggiunto.
La visione del giudice, secondo Sottani, si distingue per la capacità di ascolto e per una profonda comprensione del processo decisionale all’interno del sistema giudiziario.
Questa dote è imprescindibile per garantire imparzialità e correttezza nelle sentenze.

Al contrario, il pubblico ministero, pur essenziale, tende ad essere permeato da una cultura improntata all’accusa, un approccio che, sebbene necessario per l’esercizio della funzione, può limitare la comprensione del quadro complessivo.
La separazione delle carriere, quindi, rischia di creare compartimenti stagni, penalizzando la formazione di magistrati con una visione completa del sistema giudiziario.

Un percorso professionale che integri l’esperienza giudicante con quella requirente, e possibilmente anche quella dell’avvocato, permetterebbe di sviluppare una sensibilità più ampia e una maggiore capacità di cogliere le sfumature che caratterizzano ogni caso, contribuendo a una giustizia più equa ed efficace.

La riforma proposta, per quanto animata da intenzioni potenzialmente positive, appare, a detta di Sottani, un errore di prospettiva, un’occasione mancata per valorizzare la ricchezza derivante dalla compresenza di diverse esperienze professionali all’interno del corpo giudiziario.

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