Sessant’anni di promesse custodite: un diamante di storia e affetti a RuotiA Ruoti, piccolo gioiello incastonato nel cuore della Basilicata, il tempo si è fermato per celebrare un evento raro e prezioso: le Nozze di Diamante di otto coppie lucane.
Un traguardo di sessant’anni di vita condivisa, un legame indissolubile forgiato in un’epoca segnata da sfide e da una profonda connessione con le radici.
Un’occasione non solo per onorare gli sposi, ma per rievocare il tessuto sociale, le usanze e l’atmosfera che hanno plasmato Ruoti negli anni Sessanta, un periodo di profondo cambiamento per la comunità.
L’iniziativa, promossa dall’associazione “Recupero Tradizioni Ruotesi”, risuona come un eco di valori perduti e ritrovati.
Di queste otto coppie, quattro ancora risiedono nel paese: Nicola Faraone e Carmela Bochicchio, Giuseppe De Carlo e Giovanna Santoro, Luigi e Caterina Donnaianna, Donato e Caterina Potenza.
Le altre quattro, pur lontane geograficamente, mantengono vivo il legame con Ruoti: Rocco Salinardi e Caterina De Carlo (Milano), Vito Antonio Simone e Valeria Carlucci (Belgio), Domenico Gentilesca e Carmela Errichetti (Svizzera), Felice Spadola e Lucia Santoro (Stati Uniti).
Ognuno di loro porta con sé un tassello di memoria, un frammento di un passato che si intreccia con il presente.
Ripercorrere la storia di queste coppie significa immergersi in un mondo dove l’agricoltura era il pilastro dell’economia e l’emigrazione, una necessità impellente per molti giovani in cerca di fortuna.
I racconti degli sposi illuminano un’epoca priva delle comodità odierne, dove l’ospitalità era una regola non scritta e la comunità, un sostegno imprescindibile.
I banchetti nuziali, veri e propri momenti di aggregazione sociale, si svolgevano tra le mura domestiche, spesso con l’aiuto generoso di parenti e vicini.
Immaginate le difficoltà di chi viveva nelle campagne, dove l’assenza di strade asfaltate rendeva il trasporto di ogni cosa un’impresa ardua.
Mulattiere e asini erano i mezzi di trasporto più comuni, utilizzati per veicolare non solo il corredo nuziale, ma anche i materiali per realizzare il primo letto e, soprattutto, il cibo per il banchetto.
La cucina, un’arte tramandata di generazione in generazione, era affidata a cuochi locali, i cui piatti erano veri e propri simboli di convivialità.
Antipasti a base di salumi prodotti in famiglia, maccheroni fatti in casa o acquistati, carne di montone, spesso proveniente dai propri greggi, e l’immancabile Lu M’stàzzuòl, un dolce tarallo ricoperto di zucchero, completavano il menù.
La sera, il suono festoso dell’organetto accompagnava la danza frenetica della tarantella, simbolo di gioia e di vitalità.
Tra i ricordi più vividi emergono episodi pittoreschi: la memorabile nevicata di febbraio che paralizzò la comunità per due mesi, l’ingente numero di invitati che rese necessario allestire la tavola anche nella camera da letto della sposa, la scaramuccia tra gli invitati durante il banchetto, l’inaspettata mancanza di vino che interruppe i festeggiamenti per due ore in attesa di un’urgente fornitura.
Questi aneddoti, al di là della loro comicità, raccontano una storia di resilienza, di ingegno e, soprattutto, di profonda solidarietà.
La comunità di Ruoti, in quegli anni, si rivelava un tessuto sociale coeso e generoso, capace di superare le difficoltà con creatività e un inesauribile spirito di collaborazione.
Oggi, l’associazione “Recupero Tradizioni Ruotesi” celebra non solo il traguardo delle Nozze di Diamante, ma anche il potere delle tradizioni di unire le persone, di custodire i valori del passato e di ispirare le nuove generazioni.
È un omaggio alla perseveranza dell’amore, alla forza dei legami familiari e alla ricchezza di un patrimonio culturale che continua a brillare, come un diamante prezioso, nel cuore della Basilicata.







