venerdì 6 Febbraio 2026

Operazione Antimafia: Sotto Scrutinio i Sistemi di Sicurezza delle Carceri

Un’operazione complessa e capillare, orchestrata dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) di Genova, in coordinamento con la Direzione Distrettuale Antimafia ligure, sta mettendo sotto scrutinio il sistema di sicurezza di numerosi istituti penitenziari sparsi su tutto il territorio nazionale.

Le perquisizioni, simultanee e mirate, interessano le case carcerarie di Fossano, Ivrea, Alessandria, Cuneo, Tolmezzo, Chiavari, La Spezia, Parma, San Gimignano, Lanciano, Rossano e Santa Maria Capua Vetere, rivelando una rete sofisticata di traffici illeciti che ha compromesso la sicurezza interna alle strutture detentive.
L’indagine, condotta sotto la direzione del procuratore aggiunto Federico Manotti, si concentra sull’introduzione e sull’utilizzo di dispositivi mobili all’interno dei penitenziari, strumenti divenuti veri e propri canali di comunicazione per detenuti affiliati a organizzazioni criminali di stampo mafioso, in particolare la ‘ndrangheta.
L’obiettivo primario era quello di contrastare il flusso di informazioni e le direttive che, altrimenti, avrebbero potuto destabilizzare l’azione di contrasto alle mafie sia all’interno che all’esterno delle carceri.
La portata dell’operazione è quantificabile nel monitoraggio di oltre 150 cellulari e 115 schede SIM, utilizzati da detenuti in regime di massima sicurezza all’interno del carcere di Genova-Marassi.

Questi dispositivi, spesso di dimensioni ridotte, permettevano ai detenuti di mantenere contatti diretti con complici liberi e con altri mafiosi ristretti in altre strutture detentive, veicolando messaggi che gli investigatori hanno definito “ambasciate” – comunicazioni cruciali per il mantenimento e l’espansione delle attività criminali.

L’ingente numero di dispositivi impiegati suggerisce un sistema ben strutturato e gestito, in grado di eludere i controlli e di introdurre illegalmente i telefoni all’interno dei penitenziari.

L’analisi forense dei dati recuperati dai cellulari sequestrati, unitamente alla collaborazione con la polizia penitenziaria di Marassi, ha permesso di ricostruire le modalità operative utilizzate per aggirare le misure di sicurezza: i dispositivi venivano spediti all’interno di pacchi o consegnati durante le visite dei familiari, alcuni dei quali ora sono a loro volta oggetto di indagine per complicità.

Le schede SIM, attivate presso negozi di telefonia compiacenti situati nel cuore di Genova, venivano intestate a prestanomi, spesso cittadini stranieri ignari del loro coinvolgimento, rendendo più difficoltoso il tracciamento delle comunicazioni.
Questo quadro complessivo evidenzia una profonda infiltrazione criminale all’interno del sistema carcerario, che richiede un ripensamento delle strategie di controllo e di sicurezza, nonché un’analisi più approfondita dei legami tra il mondo interno ed esterno delle carceri, al fine di smantellare definitivamente le reti di supporto alle organizzazioni mafiose.
L’operazione, in corso, promette di gettare luce su dinamiche e responsabilità che si estendono ben oltre i confini delle case carcerarie coinvolte.

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