La sentenza d’appello di Brescia ha delineato un quadro complesso e inquietante, confermando la condanna per rifiuto d’atti d’ufficio nei confronti dei pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, figure centrali nel procedimento Eni-Nigeria, conclusosi con l’assoluzione definitiva di tutti gli imputati, tra cui i vertici della compagnia petrolifera.
Questa decisione, esaminata in oltre 130 pagine di motivazioni, non si limita a una mera applicazione formale della legge, ma solleva interrogativi fondamentali sul ruolo e gli obblighi dei magistrati nel sistema giudiziario italiano, interrogando il concetto stesso di imparzialità e il diritto alla difesa.
La corte ha ricostruito un deliberato “rifiuto consapevole”, non un’omettimento accidentale, di elementi di prova potenzialmente favorevoli agli imputati, dimostrando come i due pubblici ministeri fossero stati ripetutamente sollecitati a provvedere al loro deposito.
Questa sollecitazione, in particolare, provenne dal collega Paolo Storari, coordinatore del filone d’indagine sul presunto “falso complotto” relativo al giacimento OPL 245.
Preoccupato per un possibile pregiudizio al diritto di difesa, Storari inviò ai colleghi, con il coinvolgimento del procuratore Francesco Greco, comunicazioni via e-mail contenenti materiali rilevanti per le difese.
L’elemento più gravità emerso dalle indagini è la condotta a “doppio binario” dei pubblici ministeri: da un lato, si appropriarono e utilizzarono atti del fascicolo Storari ritenuti utili per l’accusa, dall’altro, ostacolarono la disponibilità di informazioni cruciali per le difese.
La sentenza nega esplicitamente la tesi che giustificherebbe tale comportamento, evidenziando un paradosso inaccettabile: secondo questa interpretazione, anche qualora un pubblico ministero venisse a conoscenza di prove certe dell’innocenza di un imputato, dopo l’inizio dell’azione penale – informazioni spesso sconosciute alla difesa – egli non sarebbe tenuto a condividerle, aprendo la strada a sentenze ingiuste e in contrasto con il principio costituzionale della ricerca della verità.
La decisione della corte presieduta da Anna Maria Dalla Libera, pertanto, non si esaurisce in un mero giudizio di responsabilità penale.
Essa rappresenta un monito per l’intero sistema giudiziario italiano, invitando a una riflessione profonda sul ruolo del pubblico ministero, non come parte di un conflitto tra accusa e difesa, ma come garante imparziale della legalità e della ricerca della verità processuale.
La sentenza riafferma, con forza, l’obbligo del magistrato di assicurare il pieno esercizio del diritto di difesa, anche e soprattutto quando tale esercizio mette in discussione le proprie convinzioni e le strategie investigative seguite.
Si tratta di un principio cardine per la tutela della giustizia e la salvaguardia dei diritti fondamentali dei cittadini.


