Il silenzio assordante che segue un addio prematuro si fa eco a un dolore immenso.
Paolo Mendico, un quindici anni spento troppo presto nella sua stanza a Santi Cosma e Damiano, è diventato un monito, una ferita aperta nel tessuto della comunità.
La sua perdita, come un cristallo infranto, riflette la fragilità dell’adolescenza e la crudeltà insidiosa del bullismo.
Simonetta, la madre, attraverso un messaggio lacerante sui social media, condivide un video che non è soltanto un ricordo, ma un grido d’allarme.
Immagini di Paolo che soffia sulle candeline, che sorride, che incarna la speranza di un futuro che non avrà, sono accompagnate da una domanda universale: cosa desiderava, quel bambino, mentre la sua infanzia si affievoliva? Quel desiderio, probabilmente, era semplicemente quello di essere accettato, compreso, protetto.
Il bullismo non è un fenomeno nuovo, ma la sua virulenza, la sua capacità di insinuarsi nel cuore dei giovani e distruggerne l’autostima, richiede una riflessione urgente e profonda.
Non si tratta solo di aggressioni fisiche, ma anche – e forse soprattutto – di una violenza psicologica subdola, fatta di soprusi, emarginazione, umiliazioni che si consumano spesso in forma anonima, dietro schermi e tastiere.
La responsabilità è collettiva.
Genitori, insegnanti, compagni di classe, la società intera, devono interrogarsi sul ruolo che hanno in questo tragico scenario.
Ascoltare attivamente i giovani, creare spazi di dialogo e di confronto, promuovere l’empatia e la consapevolezza emotiva, sono passi fondamentali per contrastare questo fenomeno.
È necessario educare alla gentilezza, all’inclusione, alla diversità.
Insegnare ai ragazzi che la differenza non è un difetto, ma una ricchezza.
Aiutare i bulli a comprendere le conseguenze delle loro azioni, intervenendo tempestivamente per evitare che il loro comportamento si trasformi in una spirale di violenza.
La morte di Paolo non può essere un semplice fatto di cronaca.
Deve essere un punto di svolta, un’occasione per ricostruire un modello educativo basato sul rispetto, sulla solidarietà e sulla responsabilità.
Un modello che metta al centro il benessere psicologico dei giovani, aiutandoli a sviluppare la resilienza, la capacità di affrontare le difficoltà e di chiedere aiuto quando ne hanno bisogno.
Il silenzio non è più un’opzione.
La voce di Paolo, che si è spenta troppo presto, deve risuonare come un monito costante, un invito a proteggere la fragilità dell’adolescenza e a costruire un futuro più giusto e compassionevole.
Dobbiamo imparare ad ascoltare non solo le parole, ma anche il silenzio, le angosce inespresse, le sofferenze nascoste che si annidano nel cuore dei nostri ragazzi.
Perché la loro vita, come un fragile fiore, ha bisogno di cura, di amore e di protezione.








