Il giovane imputato, in un gesto che si è voluto interpretare come espressione di pentimento, ha rivolto le sue parole ai familiari di Andrea Prospero durante l’udienza in corso a Perugia.
Il gip aveva precedentemente respinto la richiesta di patteggiamento, lasciando inalterata la gravità delle accuse di istigazione e aiuto al suicidio mosse in relazione alla tragica scomparsa dello studente universitario avvenuta nei mesi scorsi.
L’ammissione di aver perso un amico si è subito scontrata con la dolorosa constatazione del padre di Andrea, che, con un’uscita lapidaria, ha sottolineato come una perdita di tal genere non possa mai essere definita “amicizia”, abbandonando l’aula in un gesto di profondo smarrimento e rabbia.
L’episodio ha scatenato una reazione immediata, amplificata dal commento sprezzante, quasi un insulto velato, pronunciato a voce alta dall’indagato, un’ulteriore ferita per la famiglia Prospero.
Il padre di Andrea ha espresso un cauto ottimismo riguardo alla prima fase del processo, evidenziando come il giudice abbia preso in considerazione le argomentazioni sollevate dai legali, ritenute condivisibili e pertinenti.
L’auspicio primario è che venga fatta piena luce sulla vicenda e che si giunga ad una decisione che restituisca giustizia ad Andrea.
La prospettiva di una pena relativamente lieve, due anni e mezzo, è stata definita inaccettabile, un’ulteriore fonte di frustrazione e sofferenza.
L’impegno è quello di perseguire ogni possibile via per ottenere una sentenza che rifletta adeguatamente la gravità dei fatti e il dolore inferto alla famiglia.
La vicenda, carica di implicazioni etiche e legali, solleva interrogativi profondi sulla responsabilità individuale, i confini dell’amicizia e il ruolo della giustizia nel fronteggiare tragedie così complesse e devastanti.
La famiglia Prospero, nel suo percorso di ricerca di verità e giustizia, continua a chiedere a gran voce che la memoria di Andrea sia onorata e che la vicenda serva da monito per prevenire simili drammi in futuro.








