Un ponte emotivo tra due mondi: l’incontro in scena all’Opera di Roma, dal 18 al 14 ottobre, offre una rara opportunità di ascoltare due capolavori operistici, *Il diario di uno scomparso* di Leoš Janáček e *La voix humaine* di Francis Poulenc, eseguiti in una struggente versione per pianoforte con il virtuoso Donald Sulzen. Andrea Bernard, giovane e promettente regista vincitore del Premio Abbiati, concepisce l’allestimento come un’esplorazione profonda dell’alienazione umana, un viaggio nell’abisso della solitudine che trascende le barriere linguistiche, formali e storiche.
Lungi dall’essere una semplice assenza di persone, la solitudine qui si rivela come una condizione esistenziale, un velo che distorce la percezione del tempo e dello spazio, trasformandoli in prigioni invisibili.
Bernard immagina le due storie svolgersi simultaneamente, quasi speculari, in due stanze anonime di un albergo – un “non-luogo”, sospeso nel tempo, privo di identità, che riflette solo il rango sociale dei suoi effimeri ospiti.
È un teatro dell’anima, dove passato e futuro si manifestano solo attraverso i flussi di coscienza dei protagonisti, frammenti di ricordi e angosce che illuminano la loro profonda disconnessione.
*Il diario di uno scomparso*, un’opera prima assoluta per il palcoscenico dell’Opera di Roma, si intreccia con la programmazione janàčekiana degli anni precedenti (*Káťa Kabanová*, *Da una casa di morti*, *Jenůfa*), portando in scena la drammatica storia di Jan, giovane uomo che abbandona la sua famiglia per amore di Zefka, una zingara.
La sua ribellione, intrisa di passione e disperazione, si scontra con le convenzioni sociali, condannandolo a un isolamento emotivo.
Veronica Simeoni e Matthias Koziorowski incarnano questo tormento con intensità.
Parallelamente, *La voix humaine*, con il celebre libretto di Jean Cocteau, vede Anna Caterina Antonacci, interprete di grande esperienza con questo titolo, riabbracciare Donald Sulzen, con cui ha condiviso esperienze musicali significative alla Wigmore Hall e all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
L’opera, un monologo drammatico ambientato in una conversazione telefonica, mette a nudo la fragilità di una donna abbandonata, esposta alla crudeltà di un amore perduto.
Quaranta anni separano la composizione dei due lavori, ma entrambi, pur nella loro diversità stilistica, sono accomunati da una potenza espressiva simile: descrivono due forme estreme di sofferenza amorosa, uno struggente abbandono, l’altro un disperato tentativo di riappropriarsi di un legame spezzato.
L’allestimento di Bernard, con la sua visione concettuale e la sensibilità musicale, ambisce a creare un’esperienza teatrale intensa e memorabile, un invito a riflettere sulla condizione umana e sulla difficoltà di comunicare autenticamente in un mondo sempre più frammentato.
L’incontro tra Janáček e Poulenc, in questa forma intima e potente, offre un raro spunto di riflessione sulla complessità delle emozioni e sulla ricerca, spesso infruttuosa, di connessioni significative.







