La frase “La Repubblica siamo noi” risuonava come un’eco dissonante tra le strutture espositive dell’ex Mattatoio di Roma, dove si celebrava il mezzo secolo di vita del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.
Quel grido, un tempo portabandiera di un’idea di giornalismo partecipativo e di responsabilità civile, si scontrava con la realtà di un momento storico cruciale, segnato da proteste e inquietudini.
Lo scenario era quello di una mostra dedicata al passato glorioso de *La Repubblica*, ma l’attenzione era calammerata dagli striscioni srotolati dal comitato di redazione: un manifesto di dignità professionale e di indipendenza minacciate.
I fischietti e i cori, un linguaggio diretto e inequivocabile, esprimevano il disagio di giornalisti e collaboratori in attesa del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un simbolo di garanzie costituzionali che parevano incrinarsi.
Al centro della contestazione figurava John Elkann, amministratore delegato di Exor, il veicolo finanziario della famiglia Agnelli, e la sua trattativa con il gruppo greco Antenna per la cessione degli asset editoriali del Gruppo Gedi, che comprende *La Repubblica*, *La Stampa* e altri importanti quotidiani italiani.
Questa operazione sollevava interrogativi profondi sul futuro del giornalismo italiano, sulla sua autonomia e sulla sua capacità di svolgere un ruolo di controllo e di informazione indipendente.
La cessione degli asset editoriali, da sola, non costituiva una tragedia, ma il modo in cui si stava realizzando – opaco, poco partecipato, percepito come una vendita a terzi estranei alla cultura e alle tradizioni del giornalismo italiano – alimentava la preoccupazione.
Il rischio non era solo quello di un cambio di proprietà, ma di un’alterazione dei valori fondanti del quotidiano, della sua identità e della sua missione pubblica.
La protesta del comitato di redazione si configurava come un appello a difendere la memoria di Eugenio Scalfari, il fondatore che aveva incarnato un ideale di giornalismo libero e coraggioso, capace di mettere in discussione i potenti e di dare voce ai deboli.
Un giornalismo che fosse, innanzitutto, un servizio pubblico, un presidio di democrazia e un baluardo contro ogni forma di autoritarismo.
L’arrivo del Presidente della Repubblica, in quel contesto, assumeva un significato particolare: era chiamato a testimoniare l’importanza di un giornalismo indipendente, garante della libertà di espressione e della pluralità di opinioni, valori imprescindibili per la salute della Repubblica.
La frase “La Repubblica siamo noi” non era solo uno slogan, ma un monito a vigilare, a difendere e a rinnovare costantemente l’impegno civile che sottende il diritto di informare e di essere informati.
Il futuro del giornalismo italiano, e con esso un pezzo fondamentale della democrazia, era in gioco.








