Le recenti dichiarazioni di Fabio Capello, rilasciate in un’ampia intervista al quotidiano spagnolo Marca, hanno riacceso un dibattito sempre più acceso: quello sulla gestione arbitrale nel calcio professionistico, e in particolare l’influenza percepita di dinamiche opache sui verdetti in campo.
Lungi dall’essere una semplice polemica, le parole dell’ex allenatore, figura di spicco nel panorama calcistico mondiale per la sua lunga e proficua carriera sulle panchine di club prestigiosi come Real Madrid, Juventus, Milan e Roma, rappresentano l’apice di una crescente frustrazione diffusa tra addetti ai lavori, giocatori e tifosi.
L’accusa di Capello, definita in modo diretto e senza attenuanti – “Gli arbitri sono una mafia” – scuote le fondamenta di un sistema che dovrebbe garantire equità e trasparenza.
Sebbene l’affermazione possa apparire esagerata, essa riflette una preoccupazione più profonda: quella di una corporazione chiusa, impermeabile alle critiche e resistente al cambiamento.
Il cuore della questione risiede nell’utilizzo del sistema VAR, tecnologia introdotta con l’obiettivo di ridurre gli errori arbitrali, ma che, paradossalmente, ha spesso amplificato le controversie.
Capello ha focalizzato la sua critica sulla composizione del pool di arbitri VAR, esprimendo forte dissenso verso l’esclusione di ex giocatori dal ruolo di revisori.
La sua argomentazione è semplice ma potente: chi ha vissuto il calcio dall’interno, chi ne ha intuito i ritmi, le dinamiche e le sottigliezze, è in grado di interpretare le azioni di gioco con una maggiore accuratezza e sensibilità rispetto a chi proviene da un background diverso.
La comprensione dei micro-movimenti, delle intenzioni di un giocatore, delle sfumature che sfuggono a un occhio inesperto, è cruciale per prendere decisioni corrette e giuste.
L’esperienza sul campo, la capacità di leggere un’azione nel contesto del gioco, l’abilità di interpretare le intenzioni di un giocatore, sono competenze che solo chi ha vissuto il calcio in prima persona può possedere pienamente.
Escludere figure che vantano una carriera da calciatore significa privare il sistema VAR di un elemento fondamentale: la comprensione profonda e intuitiva del gioco.
Le parole di Capello sollevano interrogativi importanti sulla governance del calcio, sulla necessità di una maggiore trasparenza nei processi di selezione degli arbitri, sull’importanza di un ricambio generazionale che porti con sé nuove competenze e nuove sensibilità.
La sua denuncia non è solo una critica al sistema arbitrale italiano, ma un appello a un cambiamento più ampio, un invito a ripensare il ruolo degli arbitri nel calcio moderno e a garantire che le decisioni in campo siano prese con equità, competenza e, soprattutto, con una profonda comprensione del gioco che amiamo.
La richiesta di un maggiore coinvolgimento di ex giocatori nel VAR non è un’utopia, ma un passo necessario per riconquistare la fiducia dei tifosi e preservare l’integrità del calcio.





