Un ciclo ininterrotto di delusioni si protrae all’ombra dello United Theatre, segnando una profonda frattura tra la leggendaria eredità di Sir Alex Ferguson e l’incapacità di trovare un degno successore.
La breve parentesi di Ruben Amorim, appena conclusasi dopo poco più di un anno, si aggiunge a una sequenza di nomine che, nel bene e nel male, hanno evidenziato la difficoltà intrinseca di replicare il modello di dominio costruito a Manchester.
Il maggio 2013, con il ritiro del leggendario scozzese, non ha sancito semplicemente il termine di una carriera, ma l’inizio di un’era di instabilità e incertezze per il Manchester United.
La successione di tecnici – da David Moyes, destinato al fallimento quasi immediato, a Louis van Gaal, con le sue ambizioni tattiche e i risultati contrastanti, passando per José Mourinho, con le sue passioni, le sue polemiche e, infine, il suo allontanamento – ha fornito un quadro desolante della complessità di ereditare un’organizzazione sportiva costruita su fondamenta così solide e uniche.
Non si tratta solo di trovare un allenatore competente, ma di ricostruire una filosofia, un’identità, un approccio al gioco che incarnasse lo spirito vincente instillato da Ferguson. Ogni tentativo ha fallito nel replicare quell’alchimia, quella capacità di motivare, di sviluppare talenti e di creare un gruppo coeso e determinato.
L’avvento di Ole Gunnar Solskjær, il figlio perduto di Old Trafford, aveva inizialmente suscitato ottimismo.
La sua capacità di instaurare un clima positivo e di sfruttare i giovani talenti aveva portato a risultati promettenti, ma la mancanza di esperienza al livello più alto e una certa fragilità tattica hanno finito per compromettere il progetto.
L’arrivo di Ralf Rangnick, a modo suo un architetto del calcio moderno, ha rappresentato un esperimento interessante, ma l’impatto è stato limitato dalla brevità del suo incarico e dalla difficoltà di imprimere una svolta radicale in un contesto già gravato da problemi strutturali.
La sequenza di fallimenti non è semplicemente una questione di scelte sbagliate; rivela una profonda crisi di identità all’interno del club.
Mancano una visione a lungo termine, una strategia di sviluppo dei giovani giocatori e una chiara comprensione di come competere al più alto livello nel calcio moderno, sempre più complesso e globalizzato.
La “maledizione del post-Ferguson” non è una maledizione soprannaturale, ma una metafora potente che descrive la difficoltà di ricostruire un impero dopo la partenza del suo fondatore.
Per spezzare questo ciclo, il Manchester United deve guardare oltre la ricerca di un semplice sostituto e affrontare la necessità di una profonda riflessione sul proprio modello di gestione, sulla propria filosofia di gioco e sulla propria identità.
Il futuro del club, per tornare a brillare, dipende dalla capacità di imparare dagli errori del passato e di costruire un nuovo percorso, fondato sulla continuità, sulla coerenza e sulla capacità di innovare.
La ricerca di un nuovo capitano deve essere accompagnata da un rinnovamento culturale e strategico, per restituire al Manchester United il diritto di essere protagonista del calcio mondiale.





