Nada Cella: Nuovi Svolte e Appello alla Verità Dopo 30 Anni

La sentenza di primo grado nel caso Nada Cella ha riaperto ferite profonde e sollevato interrogativi che risuonano a distanza di decenni.
Antonella Delfino Pesce, stimata criminologa e biologa, ha fornito dettagli inediti sulle dinamiche che hanno preceduto la condanna di Annalucia Cecere a ventiquattro anni per l’omicidio di Nada Cella, un caso che ha sconvolto Genova nel lontano 1996.

Un elemento cruciale, finora celato, riguarda una telefonata ricevuta dalla criminologa nel 2021, poco prima della riapertura delle indagini.

“Non sono riuscita a rispondere in tempo”, confessa Delfino Pesce, aggiungendo che i tentativi successivi di ricontatto si sono rivelati infruttuosi.

Questo episodio si inserisce in un contesto più ampio di minacce di morte, prontamente documentate dalla biologa e messe a disposizione delle autorità.

La paura, ammette, è palpabile, amplificata dalla recente sentenza.

La figura di Delfino Pesce è stata determinante nella ripresa delle indagini su un cold case apparentemente chiuso.

La sua competenza scientifica e la sua capacità di ricomporre indizi sparsi, spesso trascurati in precedenza, hanno permesso di illuminare aspetti cruciali del caso, portando alla luce una nuova prospettiva sulla vicenda e spingendo le autorità a riaprire il fascicolo.

La corte d’assise di Genova ha dato ragione alla criminologa, emettendo una sentenza che condanna non solo la presunta autrice materiale dell’omicidio, Annalucia Cecere, ma anche Marco Soracco, datore di lavoro della vittima, per favoreggiamento.

Il momento culminante della vicenda è stato vissuto dalla criminologa a Chiavari, nella casa della madre di Nada, Silvana Smaniotto, ottantacinque anni.

Un gesto di vicinanza silenzioso e profondamente umano, motivato dalla volontà di non lasciare sola la vedova, consapevole del potenziale sgomento che un’assoluzione avrebbe potuto generare.

È in quella stessa casa, come rivela Delfino Pesce, che, anni prima, erano iniziati i suoi primi incontri con Silvana, un legame emotivo che ha guidato la sua scelta.

La notizia della sentenza è giunta tramite Silvia Cella, cugina della vittima, attraverso un messaggio Whatsapp, generando un’inaspettata reazione emotiva, immediatamente percepita dalla madre di Nada.

La condanna, sebbene attesa, ha richiesto un momento di elaborazione.
“Non è finita”, sottolinea Delfino Pesce, invitando a perseverare fino alla conclusione definitiva del processo.

La criminologa ha affrontato anche le accuse di animosità e disprezzo che le sono state rivolte, sottolineando come il suo nome sia stato utilizzato in modo improprio, associandolo a stereotipi legati alla sua passione per l’ippica e alla sua professione veterinaria.

Ha denunciato la diffusione di falsità e si riserva di valutare l’opportunità di agire legalmente.
Pur consapevole del consiglio di querelare, esprime il desiderio di non essere coinvolta in ulteriori conflitti.
Rivolge poi un appello ai difensori degli imputati, ricordando la sua presenza come testimone, a differenza dei loro assistiti.

Infine, con un tono carico di significato, Delfino Pesce rivolge un appello diretto agli imputati, Annalucia Cecere e Marco Soracco, invocando la loro voce, la loro narrazione, dopo trent’anni di silenzio.
“Credo che manchi la voce dei due imputati: stiamo aspettando da trent’anni, è arrivato il momento che parlino”.
Un desiderio che racchiude la speranza di una verità completa e di una pace duratura per Nada Cella e i suoi cari.

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