Ritorno a Buenos Aires: Bechis indaga le ferite del passato.

Il nuovo progetto cinematografico di Marco Bechis, erede di un’opera complessa e profondamente radicata nell’esplorazione delle fragilità umane e delle cicatrici storiche – “Alambrado”, “Hijos – Figli”, “La terra degli uomini rossi” e “Garage Olimpo” ne costituiscono un percorso – si intitola “Ritorno a Buenos Aires”.

Il film, una coproduzione italo-brasiliana che intreccia le sensibilità e le competenze di Fandango (con Domenico Procacci e Laura Paolucci), 39Films (Alfredo Federico e Simona Banchi), Karta Film (con Bechis stesso) e Rai Cinema per l’Italia, e 34 Filmes, Cibele Amaral e André Ristum per il Brasile, promette di essere un’indagine intima e dolorosa.
Adriano Giannini assume il ruolo centrale, affiancato da un cast argentino di notevole spessore artistico, che include Ana Celentano, Vero Gerez, Olivia Nuss, Adrián Fondari, Marcelo Chaparro e l’attrice brasiliana Paula Cohen. La fotografia, affidata a Fabrizio La Palombara, e il montaggio curato da Jacopo Quadri, si preannunciano elementi cruciali per la resa visiva di un racconto che, lungi dall’essere una narrazione di vendetta, si focalizza sulla psiche di un uomo segnato.
Il film si sviluppa in un contesto geografico che fonde l’identità brasiliana di Porto Alegre con la realtà torinese, grazie al sostegno della Film Commission Torino Piemonte.
La trama segue Mariano Guerra, chiamato a confrontarsi con un passato traumatico: testimoniare in un processo legale contro i responsabili di averlo sequestrato e torturato durante la dittatura militare argentina.

Un’epoca oscura, segnata dalla violenza repressiva che si manifestò in parallelo all’organizzazione dei Mondiali di calcio del 1978, un evento sportivo globale che contrastava con la realtà di un paese dilaniato dalla clandestinità e dalla paura.
Bechis, con la sua consueta sensibilità, evita la retorica del ritorno del guerriero, preferendo sondare la profondità delle ferite invisibili.

L’attenzione non è rivolta all’atto della violenza in sé, ma alle sue ripercussioni interiorizzate, a come essa si incidi nel corpo, nel sistema nervoso, nella percezione del mondo di chi l’ha subita.

Come in “Garage Olimpo”, la violenza resta un’entità latente, una forza che si manifesta non attraverso la rappresentazione esplicita, ma attraverso le sue conseguenze psicologiche e fisiche.
La conclusione delle riprese è prevista per il primo trimestre del 2026, un orizzonte temporale significativo in quanto coincide con il cinquantesimo anniversario dell’inizio della dittatura militare argentina.

Questo anniversario non è solo una coincidenza cronologica, ma un’occasione per riflettere sul peso del passato, sulle ferite che persistono, e sulla necessità di ricordare per non dimenticare, per onorare la memoria delle vittime e per contribuire alla costruzione di un futuro basato sulla giustizia e sulla verità.

“Ritorno a Buenos Aires” si configura, quindi, come un atto di memoria, un viaggio nell’anima di un uomo e, più ampiamente, un’esplorazione delle cicatrici indelebili che la storia ha lasciato nel corpo di un paese.

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