Mafia, Cassazione conferma confisca: impero Vazzana crolla

La Cassazione conferma la confisca e respinge i ricorsi: un impero mafioso travolto dalla giustiziaUn macigno si abbatte sui Vazzana e i loro legami.

La Corte di Cassazione, con sentenza definitiva del 3 dicembre 2023, respinge i ricorsi presentati da Mario Vazzana, la sua convivente Agostina Ceravolo, la moglie di Giuseppe Vazzana, Anna Ida D’Erchie, e dai figli di Agostina, Antonio e Cataldo Madea, confermando la confisca di beni disposta dalla Corte d’Appello di Torino nell’ambito dell’operazione “Platinum”, una complessa indagine sulla ‘ndrangheta.
La sentenza chiude un capitolo cruciale in un procedimento che ha svelato un intricato sistema di occultamento e accumulo di ricchezze illecite, radicato nel tessuto economico-sociale del territorio.
L’operazione “Platinum”, nata da un’attenta ricostruzione dei flussi finanziari e intercettazioni telefoniche, ha portato alla luce come la famiglia Vazzana, attraverso una fitta rete di società di comodo e operazioni finanziarie opache, avesse costruito un impero basato su attività illecite.

L’accusa, supportata da prove inconfutabili, riteneva che Mario Vazzana, insieme al fratello Giuseppe, fosse parte integrante di un’associazione a delinquere di stampo mafioso, responsabile di gravi reati finanziari.

I ricorsi presentati dai Vazzana e dai loro familiari, puntando su cavilli procedurali e contestazioni sulla presunta “pericolosità” di Mario Vazzana, sono stati giudicati infondati.

La Cassazione ha respinto l’argomentazione secondo cui l’affiliazione di Vazzana a una locale di ‘ndrangheta sarebbe avvenuta dopo il 1991, data successiva a quella indicata dalle sentenze di merito.
Questa contestazione, apparentemente tecnica, non ha scalfito la solidità dell’accusa che ha provato la sua partecipazione attiva all’associazione criminale.
La sentenza della Cassazione non si limita a respingere le contestazioni procedurali, ma neppure trascura di analizzare le specifiche operazioni finanziarie utilizzate per riciclare il denaro sporco.

In particolare, la Corte ha sviscerato la costituzione della società “Extreme s.
a.
s.
“, pochi giorni prima dell’acquisto del bar “La Corte”, evidenziando come la società fosse stata creata tra Agostina Ceravolo e i figli con un trasferimento di denaro mai effettivamente corrisposto, segnando così una prima fase di “pulizia” dei capitali.

La successiva cessione del bar a “Ristorante Belmonte”, che si è svuotata, e l’apparente gestione da parte di terzi, sono state interpretate come manovre mirate ad eludere i creditori.

L’analisi dei movimenti bancari, in particolare l’assegno circolare tratto sul conto di Antonio Madea e la provenienza dei fondi utilizzati per l’acquisto di autovetture di lusso (Volvo XC 60 e BMW), ha rivelato una precisa strategia di “ripulitura” dei capitali: versamenti in contanti esattamente corrispondenti all’importo dell’assegno, sostituzione di somme derivanti da fonti illecite e successiva ricostituzione del saldo.
Anche l’accumulo di risparmi da parte di Anna Ida D’Erchie è stato giudicato “fittizio” in un periodo di sperequazione, privo di spese familiari, e la cessione delle quote della società “Green s.

r.

l.
”, unitamente all’acquisto di un immobile a Volpiano, è stata qualificata come “operazione fittizia” volta a proteggere il patrimonio familiare, soprattutto in un contesto di costante deficit tra entrate e uscite.

La totale ignoranza di Anna Ida D’Erchie riguardo alla società di cui, formalmente, era socia di maggioranza e finanziatrice, e il fatto che la società fosse gestita e di fatto appartenente al marito, hanno ulteriormente corroborato l’ipotesi di un sistema di occultamento patrimoniale.

La sentenza della Cassazione segna una vittoria significativa per la giustizia italiana e un duro colpo per la ‘ndrangheta.
Non solo conferma la condanna dei Vazzana e dei loro familiari, ma sottolinea anche l’importanza di un’indagine approfondita e meticolosa, capace di svelare i meccanismi più complessi utilizzati per occultare i beni illecitamente accumulati.
Il caso Platinum, con la sua definitiva conclusione, rappresenta un monito e un esempio di come la lotta alla criminalità organizzata debba essere condotta con determinazione e competenza, recuperando e restituendo alla collettività il patrimonio depredato.

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